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Con i profughi afghani a Foligno: quello che serve è la speranza

"Non puoi considerarti parte dell'umanità se non hai compassione di quel dolore". Arash Amini, ristoratore, ci racconta la sua esperienza come interprete per le famiglie afghane ospitate a Foligno.

#chivaechiviene
Di Arash Amini
In foto: Piazza XX Settembre e Palazzo Monaldi Barnabò


Arash  Amini  vive da tempo a Foligno, dove ha aperto un ristorante (le Mille e una notte, in piazza XX Settembre) e messo in piedi una bella famiglia. Da qualche settimana si occupa, come interprete, delle famiglie afghane ospitate a Foligno. Gli abbiamo chiesto una testimonianza.

Quando nel lontano 2004 sono arrivato in Italia per inseguire il mio sogno, che era diventare un astronomo, ho iniziato sin da subito ad incontrare mille difficoltà ma sempre trovavo una salvezza, proprio come nelle Mille e una notte! Mille notti di storia per arrivare all’ultima notte che era la guarigione del Sultano e la salvezza di Shahrzad. 

In quel periodo spesso mi vedevo immerso nel mille, un numero grande in confronto all’Uno ma quello che sempre contava era l’Uno: la soluzione e la conclusione. Sempre mi sentivo in dovere rispetto a chi mi dava una mano senza pretendere nulla o a volte senza nemmeno conoscermi; volevo oltrepassare mille ed arrivare ad uno.  

In questi diciassette anni che sono ospite in questo paese ho conosciuto tante persone ed ho trovato tanti amici e grazie a loro sono riuscito a inserirmi bene nella società italiana. Quasi due settimane fa ho ricevuto una chiamata che conteneva una offerta incredibile per me: “Arash è arrivato il tuo momento, vuoi far parte dell’Uno?” 

Il Medio Oriente è un terreno caldo, complesso e purtroppo pieno di guerre ed oggi per l’ennesima volta la guerra ha colpito il nobile popolo afghano. Sono già arrivati a Foligno i primi immigrati afghani ed ognuno di loro ha un bel “mille” nello zaino, ovviamente ogni “mille” è diverso d’altro ma sempre è un “mille”: pesante e difficile da affrontare. Una delle prime difficoltà di questi ospiti è la mancanza di comunicazione e il fatto di non avere la possibilità di esprimere i loro bisogni. L’Afghanistan una volta faceva parte della grande Persia e quindi gli afghani parlano persiano. Come me. 

Con tanto entusiasmo sono andato al primo incontro, convinto e felice di essere un aiuto, ma presto mi sono scontrato con la difficoltà di questo impegno, che non era di natura tecnica ma umana.  

Avevo già lavorato negli anni precedenti come interprete, ma in contesti molto diversi e lontani da questo, lì il mio compito era tradurre discorsi tecnici e commerciali; con queste famiglie la situazione è ben diversa: non si tratta solo di sentire e trasmettere le loro parole, loro hanno anche tanto bisogno di raccontare ed essere ascoltati, le loro storie colpiscono e parlano di sofferenza, dolore, preoccupazione e disperazione e di certo non sono le belle favole di “mille e una notte”, se anche loro hanno mille sofferenze sulle spalle.

Ero rimasto colpito dalle loro storie e tutta la sera pensavo a loro, avevo un forte desiderio di risolvere tutti i loro problemi e più di una volta ho sognato di incontrare il genio della lampada! Ma purtroppo non stiamo vivendo nel mondo delle favole e in questo mondo arido il genio della lampada non esiste, che peccato!

Alla fine mi sono detto:”Arash sii lucido e concreto, quello che stai immaginando non è altro che un’utopia e come sai bene in questo mondo le utopie non esistono e se anche esistessero non servirebbero a nulla, qui esistono solo distopie …”.

Per completare la tristezza ed affossarmi ancora di più mi sono venute in mente queste frasi del poeta persiano Sohrab Sepehri: “non mi fido quando ci dicono che siamo tanti in questo pianeta, se la terra è piena di essere umani ma perché tutta questa solitudine e lontananza?”

Si può immaginare il mio stato d’animo dopo questi pensieri, poi per fortuna il poeta (probabilmente per rimediare!) mi è venuto in aiuto dicendo:” ho degli amici migliori d’acqua pura” e così mi sono ricordato che qualche giorno prima una mia amica mi diceva:”le utopie non esistono ma servono a farci camminare.” 

Ecco, ho trovato la parola chiave: il cammino e la forza del desiderio. Per quanto può sembrare poco, conta quello che ognuno di noi può fare. Invece di fantasticare e chiamare il genio della lampada ho iniziato a pensare a quello che posso fare, quale il loro primo bisogno? Cibo? Un posto per dormire? Un medico di fiducia? Denaro? Ma a tutto questo è stato già pensato, serve un antidoto per la loro sofferenza e quale sarebbe questo antidoto? Speranza, loro hanno bisogno di speranza, per non deprimersi, per non lasciarsi andare e per non perdersi in questo nuovo percorso. 

Ovviamente il mio ruolo è fare l’intermediario e non di certo lo psicologo e il sociologo, e non è neanche la mia intenzione avere un ruolo simile, ho iniziato ad ascoltarli in maniera diversa, andare oltre ai bisogni quotidiani, fargli capire che percepisco la loro storia e che intorno a loro ci sono tante persone disposte ad aiutarli senza nessuna pretesa. Certo non è sempre facile, le differenze culturali spesso creano fraintendimenti che possono portare a chiudersi e proprio per questo il mio ruolo è molto sensibile e va al di là del semplice interpretariato.

Saadi, il poeta persiano del 1200, ci parla delle sofferenze umane e della nostra compassione per tali sofferenze:

Gli Essere Umani sono fatti di un unico corpo che proviene dalla stessa perla,

Quando una delle parti soffre di un qualche male,

Anche le altre provano dolore, 

Non puoi considerarti parte dell’umanità,

Se non hai compassione di quel dolore

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