Dossier Scuola

J.Bruner e la complessità degli obiettivi educativi

"Scuola è soprattutto educazione, pensiero scientifico e pensiero narrativo, etica e democrazia..." Il dottor Francesco Valecchi ci da' un contributo su Jerome Bruner, riguardante scuola, covid, cambiamenti.

Tre antinomie per la scuola di oggi e di domani.

#ascuoladiuguaglianza
Di Francesco Valecchi
In foto: lo psicologo statunitense Jerome Bruner


Riprendiamo la nostra rassegna di orientamento pedagogico dando voce ad un esperto della nostra città: il Dott. Francesco Valecchi, già Direttore Scolastico del I° Circolo di Foligno, oggi in pensione, che desidero ringraziare pubblicamente per la disponibilità e la consueta gentilezza che ha sempre contraddistinto il suo operato. Anche questa volta non si è fatto pregare ed ha messo a disposizione di tutti e tutte noi la sua grande cultura e professionalità. 

Iniziamo oggi con un impegnativo contributo su Jerome Bruner che conquisterà “gli addetti ai lavori” ma anche chiunque ami riflettere sulle cose del mondo. 

(S.A.)

Chi ha vissuto l’ultimo mezzo secolo di scuola sa che questa ha attraversato tante stagioni diverse, caratterizzate da slanci verso l’innovazione, ma anche da restaurazioni e da rituali immutabili, ormai dall’incerto o perduto significato. 

Dalla scuola di tutti, degli anni ’60, fatta di attese e speranze, agli slanci più o meno rivoluzionari e ingenui, sulle ali dell’entusiasmo della ricerca di nuove vie educative, degli anni ’70 e ’80 e dalle scuole delle riforme, più o meno mancate, si è passati al riflusso verso le derive neoliberiste dei fautori (e autori) dei tagli al welfare e del più puro istruzionismo. Si è così approdati, alla fine del vecchio e all’inizio del nuovo millennio, ai tagli lineari alla spesa pubblica spacciati come cosa sacrosanta (e come una panacea contro tutti gli sprechi), alla riduzione del significato dell’educazione alla compilazione di test con crocette e pallini, ai presidi manager e alle scuole-aziende. Nella perdita di orientamento e negli sbandamenti pesanti di un periodo in cui lo sgretolamento delle ideologie sembra aver trascinato con sé anche quello degli ideali, la scuola ha arrampicato il suo corpaccione, spesso ripetendo se stessa in stanche liturgie. Nessuno sembra in grado di cambiare la reale, complessiva riforma che ne sorregge la struttura (e, ahimè, gli ideali di fondo), che ormai ha quasi cento anni (la riforma Gentile è del 1923) e che fu concepita per altri scopi e come alternativa a quella di una scuola democratica e non elitaria. 

Certo, nelle aule sono entrati PC e Lim, tablet smartphone, ma i processi di trasmissione passiva dei saperi (l’insegnamento frontale, la lezione), la rigida compartimentazione delle discipline, la collegialità dei docenti come pio desiderio, l’alunno inteso come una massa da imboccare, le scuole-pollaio, sembrano aver fatto smarrire ogni valore alla stessa parola educazione. 

Poi è arrivato il Covid 19.

La didattica è diventata, per necessità, a distanza (la Dad) e i docenti hanno dovuto tirarsi su le maniche per improvvisarsi conferenzieri, tecnici informatici e, in alcuni casi, registi, tra strumenti più o meno presenti, linee traballanti, ragazzi demotivati, famiglie spesso assenti, paure e angosce da curare; tra le fake news più o meno pilotate ad arte per alimentare il senso d’incertezza e la paura dell’ignoto con cui tutti facciamo i conti. Nonostante il grande sforzo compiuto per cercare di colmare le lacune provocate da uno stato d’emergenza inedito per i nostri tempi, c’è il timore che le carenze educative di oggi peseranno in modo grave e non privo di preoccupanti incognite sulle future generazioni, sul valore delle relazioni, sulle competenze, sulla qualità della vita di tutti i giorni e sugli stati profondi degli individui.

Mentre si cerca di ritornare faticosamente alla normalità, è opportuno, per cacciare via gli echi di chi vorrebbe ritornare a modelli educativi fallimentari, cercar di riflettere su alcuni dei nodi che l’educazione, nel tempo attuale, deve sciogliere in fretta per dare senso alla sua azione. 

Tali nodi, che la scuola si porta dietro da più di mezzo secolo, sono anche ciò che intreccia le visioni politiche, economiche e sociali e il modo stesso di concepire l’uomo nella società di questo tempo. 

J. Bruner, in uno dei suoi scritti più coinvolgenti (), ha chiamato questi nodi, antinomie, rilevando che, come vedremo, essi non potranno essere totalmente sciolti a favore dell’uno o dell’altro capo delle corde che li compongono.. 

Per avere un’immagine visibile delle tre antinomie di Bruner immaginiamo altrettanti segmenti, con zero centrale, ai cui estremi, A e B, poniamo uno dei due fattori in conflitto. Lo spostamento di un’ideale asticella a favore di uno o dell’altro dei punti estremi del segmento dovrebbe essere oggetto di ponderata riflessione e scelta di legislatori ed educatori, ma anche di cittadini-elettori, ben consapevoli che ogni movimento sensibile, da una parte o dall’altra, avrà conseguenze sulle vite di ciascuno e di tutti e sulla qualità della società democratica (perché ogni decisione, in un senso o in un altro, avrà riflessi anche sul tipo di società che vogliamo costruire). 

La complessità degli obiettivi educativi impone, infatti, valutazioni attente, ma le decisioni da prendere non sono neutre rispetto al destino dell’uomo stesso, essendo molto più decisive di quanto non si possa pensare a prima vista sulla vita dei singoli, dei loro discendenti, sugli orizzonti di società e culture e sulla qualità stessa della vita del pianeta. 

Vediamo da vicino queste antinomie, sistemandole idealmente sui nostri segmenti. 

Segmento 1: Curare lo sviluppo del singolo individuo (estremo A), o limitarsi a trasmettere delle tecniche per il mantenimento della stabilità e della integrità di una società per i fini economici, politici e culturali di questa (estremo B)? 

Segmento 2: Privilegiare i talenti individuali naturali (estremo A) o provvedere, in via prioritaria, allo sviluppo delle potenzialità di tutti e di ciascuno (estremo B)?

Segmento 3: Coltivare l’unicità delle varie identità, dando cittadinanza a tutte (estremo A), o rifarsi ad una universalità di valori, significati, usanze umane (estremo B)?

Diciamo subito che, come mette in guardia Bruner, non è affatto facile trovare la giusta misura tra gli estremi (le antinomie non ammettono una soluzione logica, ma solo pragmatica, ricorda Bruner), ma che bisogna tener conto di ogni antinomia. Ignorarle, più o meno volutamente, com’è accaduto troppo spesso fa, infatti, perdere di vista i reali orizzonti della scuola.

Cominciamo quindi dal primo di questi segmenti-antinomie.

1A) La scuola deve servire per favorire lo sviluppo del singolo allievo affinché questo possa essere pienamente consapevole di se stesso e possa vivere interamente e in maniera libera e attiva la sua esistenza nel mondo in cui è nato. Essa ha, infatti, la responsabilità di fornire all’allievo-futuro-cittadino di una società democratica, quella bussola che gli consenta di orientarsi verso orizzonti di ideali maturi, possedendo la piena coscienza delle proprie potenzialità, dei propri desideri, di un proprio pensiero e coltivando le proprie passioni, i propri ideali e i propri sogni. L’uomo intero, come intreccio di sensazioni, di ragione, di emozioni, di relazioni ed elemento pensante e dinamico, deve essere posto al centro del progetto educativo nelle società democratiche, multietniche e globalizzate. 

1B) La scuola però ha, come suo fine, anche quello di trasmettere cultura e conoscenze e di sostenere gruppi sociali che tendono a identificarsi in società complesse, che hanno bisogno di essere costituite da individui altamente competenti in vari campi del sapere e che sappiano sviluppare, in maniera creativa, le loro capacità per migliorare la qualità della vita di questa e delle future generazioni. I fini economici, politici, artistici ecc. possono essere raggiunti con il pieno possesso di abilità, pratiche, competenze, nei più vari compiti. 

L’epidemia di Covid 19 sta qui a darcene testimonianza. 

Una scuola tutta sbilanciata in un senso o nell’altro non può raggiungere i suoi fini. Il canto delle sirene istruzioniste degli ultimi decenni (con sensibile sbilanciamento verso l’estremo B), incoraggiato da politiche di vario colore, ha fatto dimenticare che la scuola è soprattutto educazione, pensiero scientifico e pensiero narrativo, etica e democrazia, formazione della persona e formazione del futuro lavoratore e cittadino, logica e fantasia, tecnica e arte, ragione ed emozioni, relazioni e cura dell’ambiente. Educazione e istruzione non sono tra loro in conflitto, ma facce di uno stesso universo che coincide con l’uomo intero ed è importante e necessario che i fini educativi siano chiaramente definiti e perseguiti e non lasciati a un fantomatico curricolo implicito di cui, alla fine, nessuno si cura realmente. 

La fuga dalle caverne delle gabbie ideologiche può avvenire solo se si scopre la realtà e si aprono gli orizzonti di grandi ideali da perseguire, sia come singoli individui e sia come parti coscienti e attive dell’universo umano.

Segmento 2: Doti naturali contro influenze culturali e ambientali. 

Qui il segmento graduato ideale della nostra similitudine ha due estremi che coincidono con visioni della mente umana, ma anche educative, che orientano scelte ideologiche, economiche  o politiche le quali, spesso, però, sembrano ignorare le stesse evidenze scientifiche. 

2A) Da un lato c’è chi è convinto che ogni individuo abbia doti naturali innate, talenti, che andrebbero coltivati il prima possibile e nel migliore dei modi possibili.

2B) Dall’altro c’è chi afferma che l’uomo è, innanzi tutto, il prodotto di una cultura e che le capacità di apprendimento si sviluppano nell’ambito dei rapporti con gli altri e con l’ambiente, nella ricchezza degli stimoli e nell’acquisizione di regole, nonché nello sviluppo di abilità nel gioco dei sistemi simbolici. 

Le due concezioni riflettono, a loro modo, verità scientifiche ormai assodate. Il bambino in crescita si porta dietro un bagaglio genetico ed epigenetico, ma il suo sviluppo dipende anche dalle relazioni con il suo mondo: dal sistema di attaccamento che ha stabilito con chi ne ha avuto cura nei suoi primi mesi ed anni di vita, alle relazioni con i suoi ambienti: dai micro (la famiglia, la scuola), ai macro (la società e la cultura del suo tempo). 

La scuola deve attrezzarsi per colmare gli svantaggi che possono verificarsi nel rapporto tra il bambino e il suo mondo e che possono limitare lo sbocciare delle sue xxxxxx  .      Un ambiente stimolante e sereno, fecondo di stimoli e opportunità, offre al bambino gli spazi necessari per una crescita sana e per lo sviluppo di quei sistemi logici, affettivi e relazionali sui quali possono innestarsi le sue motivazioni, le sue capacità e sete di sapere, i suoi interessi ecc.. Capacità di apprendimento, memoria, attenzione, fantasia, abilità fisiche e mentali ecc. dipendono dalle esperienze che avrà potuto compiere con se stesso e con gli altri. L’apprendimento e l’abilità nell’utilizzo dei sistemi simbolici umani e la sua capacità di districarsi tra loro sono alla base delle sue possibilità e volontà di esplorare il mondo e di esserne protagonista attivo. 

Su questo ideale segmento lo spostamento da un estremo all’altro ha conseguenze che devono essere conosciute e vagliate in maniera profonda. 

Ogni società democratica è fragile, poiché insidiata da sempre da pretese di gruppi economici e di potere e da tentazioni tiranniche. Essa, per sopravvivere e per migliorare la qualità della vita di tutti e di ciascuno, ha bisogno di cittadini-persone consapevoli, competenti e propositivi, capaci di comprendere e, per quel che è possibile, di migliorare costantemente il loro livello culturale (e qui torniamo anche a quanto abbiamo detto a proposito del segmento 1). 

D’altro canto è bene che i talenti, quelli veri, siano sviluppati per avere persone al massimo grado capaci nelle varie nicchie che andranno ad occupare nella società. 

Il presidente Sergio Mattarella, nel suo saluto per l’inizio dell’anno scolastico 2021-2022 nell’Istituto tecnico nautico di Pizzo Calabro, ha ben sintetizzato la posta in gioco di tale antinomia:

“La scuola deve saper curare le eccellenze, che tanto possono dare alla società, ma per farle sorgere serve aprire a tutti l’accesso alla cultura, per far emergere talenti che altrimenti sarebbero inespressi. È scritto nella nostra Costituzione. La cultura, la responsabilità, la conoscenza e il metodo sono le risorse di cui voi giovani avete bisogno per essere protagonisti” ().

Qui s’impone la risposta urgente a interrogativi ineludibili per il benessere stesso della società. 

Quali competenze sviluppare in tutti gli alunni? Che ruolo devono assumere, per favorire tali competenze, le reti formali (la scuola), informali (es.: la famiglia) e non formali (es.: le società sportive)? Quando e come iniziare la selezione delle capacità individuali? Come sviluppare i talenti individuali? Quali percorsi e strumenti (non solo scolastici) occorre tracciare per recuperare le situazioni di svantaggio e di deprivazione? Come devono adeguarsi i titoli di studio e i sistemi di valutazione? Che ruolo nuovo devono assumere le figure degli insegnanti? 

Si capirà che nella risposta a tali domande entrano in gioco fattori fondamentali come lo sviluppo dell’ascensore sociale, la ricerca delle strategie più efficaci per l’incremento delle potenzialità individuali, anche in presenza di gravi svantaggi di qualunque origine e tipo, la selezione delle competenze. 

Chi propende per lo sviluppo dei soli talenti a scapito dello sviluppo di tutti e di ciascuno è in realtà il propugnatore di un ritorno ad una scuola elitaria, ma anche ad una sorta di servitù della gleba in salsa ventunesimo secolo. Chi pensa che tutti gli svantaggi possano essere abbattuti e che tutti siano in grado di fare qualunque cosa è un illuso o il prigioniero di una qualche gabbia ideologica.

Il terzo segmento (3) delle antinomie è forse il più sfuggente, ma anche il più importante di tutti (perché anche le scelte da fare a proposito delle prime due antinomie dipendono da questo punto). È inutile nascondere che questa terza antinomia riguarda aspetti delicatissimi che toccano temi etici, di negoziazione di significati e di visione del mondo.  I due estremi di questo terzo segmento riflettono infatti la condizione di grande incertezza che coinvolge i modi di vivere e agire della società di oggi. 

3A) Da un lato, la cultura postmoderna tende a dare la patente di accettabilità a tutte le culture e tradizioni locali.

3B) D’altro canto, si pone il rischio che la mancata accettazione di una visione universalistica abbia come risultato il chiudersi in particolarismi e visioni ideologiche, intese come rocche assediate, che non promettono né pace né benessere, ma possono accontentare solo la pancia di uomini impauriti dalle novità. 

Le incertezze in tale segmento si riflettono, come inutili zavorre, sul modo in cui si costruiscono i significati nelle nuove narrazioni che dovranno fare da sfondo agli orizzonti che si aprono e ai racconti inediti che l’uomo dovrà scrivere in un tempo in cui fattori come la globalizzazione, la composizione di società sempre più multietniche, lo sfruttamento scellerato del pianeta e le nuove frontiere aperte dallo sviluppo del pensiero scientifico e tecnologico impongono decisioni non rinviabili. La salute stessa del pianeta Terra e dell’uomo di oggi e di domani, dobbiamo rendercene chiaramente conto, dipendono da tali scelte, che sono, prima di tutto, etiche ed educative.

Valorizzazione del particolare (con conseguente relativismo dei valori) e riconoscimento di verità universali sono le due parti del segmento, sul quale poniamo la terza antinomia, che comporta rischi con i quali occorre, però, fare i conti con urgenza. 

Se orientiamo la nostra ideale asticella educativa verso l’estremità del segmento che ignora qualunque valore universale, dando cittadinanza a tutte le opinioni e azioni, cadiamo in un mondo qualunquista in cui diventa tutto lecito e tutto accettabile. 

D’altro canto lo spostamento, senza un’approfondita riflessione, dell’asticella verso intangibili verità universali rischia di farci ricadere nell’imposizione di significati e norme da parte di gruppi egemonici per il loro esclusivo interesse (lo stato etico).  

Uscire da questa impasse appare impossibile, ma prenderne coscienza piena e realizzare percorsi educativi che ne tengano conto, è di fondamentale importanza. Tale impresa, che sembrerebbe quella di conciliare gli inconciliabili, è demandata a tutte le culture, ma a farsene carico per prima dovrebbe essere una comunità di docenti che si realizzi come tale, che si senta investita da questo compito e che si confronti sulle giuste strade da prendere per individuare i contenuti e le strategie più adeguati attraverso ricerche, confronti e buone pratiche.

L’educazione di una società democratica riguarda lo sviluppo dell’uomo, di tutto l’uomo e quindi  non può trascurare le identità di cui questo è costituito: quella soggettiva e quella dovuta alle influenze ambientali, sociali e culturali in cui si attua. La nuova scuola dovrà quindi ripartire dalla richiesta di autonomia della singola persona, che è domanda di libertà, di riconoscimento del valore della propria unicità e di diritto a una vita dignitosa. Essa dovrà tenere conto, quindi, sia delle tante dimensioni di cui è costituito ogni essere umano (fisiche e razionali, ma anche emotivo-affettive), sia dei suoi contesti relazionali e della cura per la salute dell’ambiente. Ciò implica che l’individuo acquisisca, attraverso l’educazione, una profonda consapevolezza di se stesso e dei propri diritti (e doveri), ma anche di profonde competenze relazionali e relative ai vari aspetti ecologici. 

La condizione umana ci rende, tutti, compartecipi di uno stesso destino e, per restituire fiducia alla nostra vita e migliorarla, dobbiamo impegnarci ad avere cura del benessere di quelli che chiamiamo gli altri, che sono non soltanto i nostri contemporanei, ma anche quelli che verranno dopo di noi. 

Bruner riassumeva così il suo pensiero ():

Dobbiamo puntare alla realizzazione delle potenzialità individuali, ma abbiamo anche l’esigenza di mantenere l’integrità e la stabilità di una cultura. Dobbiamo riconoscere le enormi differenze di talenti naturali, ma dobbiamo fornire a tutti gli strumenti della cultura. Dobbiamo rispettare l’unicità delle identità e delle esperienze locali, ma non possiamo difendere la nostra coesione come popolo se il costo dell’identità locale è una torre di Babele culturale”. 

Affrontare queste antinomie, fondamentali per l’educazione dell’uomo di oggi e di domani, richiede, prima di tutto e a tutti quelli che si occupano di educazione, di uscire dalle loro cittadelle concettuali e dagli opportunismi politici per prendere in mano, con serietà e coscienza, sfondi, significati e pratiche con cui dare un valore alla nuova scuola e ritrovare il vero fine di questa, che sono i singoli alunni in crescita (qualcuno se ne è dimenticato). Ogni nostro alunno è questo qui, che non è l’alunno ideale, ma che ha (ed è) un nome, una storia,  un suo desiderio di vita e che dovrà essere soggetto attivo e consapevole di una società realmente democratica.

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