Cultura Teatro e Cinema

Nastro di settembre. Per il Festival Segni Barocchi

"Il barocco non ha mai rimandato ad un’essenza ma piuttosto ad una funzione e ad un tratto: questo lungo periodo storico non smette di fare pieghe". Roberto Lazzerini ci parla del Festival "Segni Barocchi" giunto alla 42esima edizione.

#uscendodalcinema
Di Roberto Lazzerini
In foto: La statua del cavallo di Porta Romana, simbolo della Giostra della Quintana


[…] esito prima di scrivere, in fondo mi riguarda, quindi ho quella strana titubanza che coglie colui che attraversa la vita per niente, ma non esattamente in pura perdita. Scrivendo questo, richiamo a mia difesa, le parole di Jean-Luc Nancy (1940-2021), il filosofo francese, morto qualche settimana fa, che nel libro “La Déclosion” (2005) afferma il valore salutare del linguaggio nel riconoscerci e toccarci (nel duplice senso, fisico e simbolico). Sì, perché colgo l’occasione per parlare di una storia culturale locale (nostra, perciò, comune, voglio dire) che ha occupato, con alti e bassi, per molto tempo la scena cittadina e mi ha anche spinto più volte a partecipare, a proporre e a dibattere. Parlo del festival “Segni Barocchi”, giunto alla sua edizione 42. 

Numerosi gli anni, vi corrispondono, sovrapponendosi, spazi, voci, persone che hanno contribuito a mantenere la sua esistenza, non florida (litote benevola), ma tuttora persistente, in cui si intravvede, con la nuova direzione artistica (Fabio Ciofini) e con le collaborazioni annunciate (Istituto Superiore di Studi Musicali “G. Briccialdi” di Terni, la coreagrafa Bruna Gondoni, gli Amici della Musica di Foligno, la musicologa Silvia Paparelli, con l’apporto al concerto finale della famiglia Cucinelli) una linea socievole per slancio, sobria per necessità, perfino mecenatesca per filantropia privata, eppure non so quanto agevole da far scorrere. Nella radianza festivaliera umbra, è un raggio tra quelli che potrebbero brillare. In fondo “non si tratta di ridipingere i cieli, né di riconfigurarli: si tratta di aprire la terra oscura e dura e perduta nello spazio”. Però la dichiarata vicinanza estrema alla Quintana, anche se co-occorrente, in linea storica, come riferimento contestuale del festival e il richiamo, a dir poco eccentrico, a Lorenzo de Medici (1449-1492), mi sorprendono guardingo, con più di una riserva critica, che non avevo risparmiato, come vecchio collaboratore per via multimediale, gratis et amore, alle ultime edizioni festivaliere, prima della pandemia. 

L’occasione più vicina, per tornare a quelle, mi è offerta dal programma dell’ultima edizione (svoltosi dal 2 all’8 settembre 2021) ma, soprattutto, dal contributo di Anna Maria Rodante “Fabio Bettoni. Nei Segni Barocchi… Una città bella et ricca…” nell’imponente volume, da poco edito dall’Accademia Fulginia, “Cultura Economia Territorio. La Storia come mestiere. Studi in onore di Fabio Bettoni”, i cui curatori, Augusto Ciuffetti e Roberto Tavazzi, festeggiano, insieme a una vasta schiera di sodali, amici e conoscenti di riguardo, per i suoi 75 anni, ben portati e vissuti. Insomma, da un’occasione festiva, una Festschrift in onore di uno dei fondatori del festival, si può, oltre l’encomio meritato, risalire, con più fredda razionalità, alle molte questioni che questo festival ha aperto, suscitato e talvolta lasciato cadere. Poiché, se l’inizio fondativo sembra chiaro negli intenti, già alla sua origine, però, domina il Doppio, che io leggo nella doppia ed unica edizione del 1981, ed anche nelle dichiarazioni programmatiche, come la Doppiezza nei riguardi della Quintana: da un lato una fascinazione di quel dispositivo carnevalesco, pseudodionisiaco, popolare, che avrebbe potuto essere, per via di un’altra più filologica ricostruzione e reinvenzione, il contesto e il pretesto del festival, dall’altro un tentativo sperimentale di piegarlo e ripiegarlo senza posa, per evitarne la deriva sagrale, iscrivendolo non su un quadro-finestra di rappresentazioni, ma su una tavola di segni (barocchi). Per evitare anche che quell’evento fosse l’unica luce del bailamme settembrino, che era stato fin lì il settembre folignate. 

Il barocco non ha mai rimandato ad un’essenza ma piuttosto ad una funzione e ad un tratto: questo lungo periodo storico non smette di fare pieghe, che si prolungano all’infinito, diversifica le pieghe secondo due direzioni, seguendo due infiniti come se l’infinito avesse due piani: i ripiegamenti della materia e le pieghe dell’anima. Insomma le premesse di un lavoro interminabile, a seguire il filosofo Gilles Deleuze (1925-1995) nello straordinario libro “Le pli. Leibniz et le Baroque” (1988). Quindi, all’inquietudine del Contesto, si connette il lavoro del Pretesto. La linea seguita, con la direzione generale, poi anche artistica, di Massimo Stefanetti, che troppo ha temporeggiato nel trovare una soluzione diversa nella collocazione del festival (istituzionale ed economica, quindi, ciò di cui la manifestazione ha sempre sofferto) è stata tratteggiata sin dall’inizio. Con due rotture, che certo non hanno migliorato né favorito una soluzione durevole. Rendo merito, perciò non taccio, all’impegno e alla perizia di più lunga durata del musicista Piero G. Arcangeli (ora, da anni, vive altrove), cui devo molto della mia pur modesta musicofilia, all’acribia di curatore di Carlo Ceccarelli, alla stessa instancabile opera di Massimo Stefanetti,  e al sostegno culturale del cofondatore, Fabio Bettoni, anche in veste di assessore. 

La rottura avvenne, nel solco di quella ambivalente doppiezza, con il periodo di coordinamento del progetto festivaliero di Francesco Masciolini e la direzione artistica di Nando Rossetti (1993-1996), in cui si tentò di forzare la linea in una direzione neobarocca, con esiti non soddisfacenti (a prescindere dall’umanità e dal valore delle persone impegnate in questo sforzo), secondo suggestioni culturali allora correnti, soprattutto legate al libro del semiotico Omar Calabrese (1949-2021) “L’età neobarocca” (1987). Bisognava allora mobilitare risorse e individui secondo una linea vertiginosa: (ri)elaborare un’estetica del pressappoco, in cui nelle forme della dissipazione e del labirinto si delineasse la struttura fondamentale dell’età, cioè la perdita della totalità e il gusto per l’eccesso. Invece di fenomeni culturali complessi e instabili, si privilegiarono sperimentazioni artistiche con qualche bizzarria di sostegno, deviazioni con la norma della lettura tradizionale. L’altra rottura è avvenuta nel 2015, fino all’attuale nuova direzione, con il tentativo di costituire un comitato per lo sviluppo del progetto “Foligno Città del Barocco”, con la riduzione del programma e la velleitaria rappresentazione della direzione di una nuova ricerca. All’epoca della convocazione di quel comitato scrissi una lettera nel maggio 2016, al dirigente del settore cultura e all’assessora del tempo, in cui criticavo l’impostazione e mi dissociavo dall’iniziativa. Senza ottenere alcuna risposta ufficiale, la ripresi e commentai poi a luglio dello stesso anno, nel mensile cittadino ”Al Quadrivio”. Gli ondeggiamenti periodici nella direzione artistica, seppur con la presenza costante, in ruoli diversi, di Massimo Stefanetti (basterebbe scorrere il nudo elenco dei nomi, con le differenti posizioni, perfino con le curiose e ricorrenti omissioni, nei pur preziosi libretti, per accertarsene) fanno pensare alla tensione che la linea culturale ha generato, nel bene (grande per la città), nel male (mancanza di sostegni economici e politici, di sedimenti culturali rilevanti infine). 

Per la mia parte, che ha sempre curato una linea multimediale con il cinema, quasi in criptica veste, ogni tanto comparendo e scomparendo, in qualità di consulente, come in un film di Georges Méliès, ribadisco le idee che espressi in un convegno, al festival dedicato, nel 2002, se non ricordo male. In quell’occasione, sottolineai la necessità di incrementare il doppio registro, quello filologico e quello sperimentale, criticando l’esito della prima rottura, inaridita nella sperimentazione senza la fecondità del terreno storico, che voleva sormontare. Invocavo un incessante dispiegamento della ricerca del barocco “proprio” e una serie di pratiche di sperimentazione di barocco “improprio”, come un equilibrio ineludibile e un confronto necessario. Prospettavo infine l’accentuazione (in qualche edizione del festival era già avvenuta) dell’apertura, non eurocentrica, ad altre culture lontane e all’accoglienza delle pieghe allotrie, delle maniere degli altri: una specie di osservatorio Magalotti (Lorenzo: 1637-1712), in omaggio a questo diplomatico e letterato cosmopolita. Accanto alle operazioni di ricerca filologica (storia, musica, teatro, danza e arti visive) di indiscutibile rigorosità, com’era per lo più avvenuto, era necessario, secondo me, un impianto, altrettanto rigoroso, nella sperimentazione di nuove forme, che sono le maniere neobarocche di piegare e ripiegare il piano delle materie e quello delle forme: un atelier permanente Kircher (Athanasius: 1602-1680) sulla multimedialità, a cominciare dal cinema, che quel grande gesuita intuì. Si potrebbe scrivere già un libro su queste esperienze festivaliere, ricostruendo la storia del festival. Lo potrei scrivere, se volessi e se qualcuno mi aiutasse a rimuovere per sempre da Porta Romana quell’orribile cavalluccio bianco, che campeggia per mesi al centro dello spartitraffico, cui manca soltanto il dondolo, per rendere insopportabile la puerizia di chi lo autorizza a comparire. 

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