Scuola

Bullismo e dintorni: una questione educativa che ci interroga tutti

"... una felice intuizione: dobbiamo aiutare i nostri ragazzi a litigare, sì… è una provocazione, ma  litigare apertamente vuol dire imparare ad affrontare efficacemente le difficoltà piuttosto che saperle semplicemente evitare, nasconderle" Simona Lazzari sul problema del bullismo.

#ascuoladiuguaglianza
Di Simona Lazzari
In foto: La copertina del libro “I bulli non sanno litigare” di Daniele Novara e Luigi Regoliosi


 In modo persistente e serio  continua a presentarsi il problema del bullismo e in modo più ampio e dilagante, a mio avviso, di tanti quotidiani ”comportamenti” (direi  anche “atteggiamenti – problema”) che seppur non si configurano come vero bullismo in senso stretto del termine, gli girano intorno, creano un humus favorevole a quello che poi potrebbe diventare il vero fenomeno. Si tratta di contesti e dinamiche che ne  favoriscono le condizioni  di disagio e che sono campanelli d’ allarme da non sottovalutare  sulla  qualità di vita dei nostri ragazzi, sui loro reali e nascosti bisogni di relazione e  socialità. Intorno alla serissima questione ci sono tanti equivoci e luoghi comuni che generano confusione, talvolta anche  inutili allarmi che non aiutano a prendere in carico in modo serio il vero problema.

 Prima di tutto quindi facciamo un po’ d’ordine sul  significato vero del termine, che  troppo spesso viene  abusato, utilizzato in senso metaforico per indicare dei litigi, dell’aggressività infantile e ogni sorta di comportamento sbagliato fra i ragazzi. In realtà, come sappiamo,  nella letteratura scientifica il bullismo ha dei contorni molto chiari e precisi e si riferisce  unicamente a situazioni di vessazione prolungata e intenzionale nei confronti di ragazzi  incapaci di difendersi. Si tratta pertanto di un comportamento grave, che gli esperti  indicano come fortemente patogeno e di carattere sadico compulsivo. Pertanto non va assolutamente confuso con gli inevitabili episodi di prepotenza che da sempre si registrano fra bambini e ragazzi e che ovviamente sono da attenzionare con la dovuta cura.

L’altro fraintendimento riguarda l’età di riferimento di questo grave fenomeno. C’è la tendenza a parlare di bulli anche alla scuola dell’ infanzia, di frequente alla scuola primaria. In realtà, l’epoca tipica del bullismo è quella preadolescenziale e adolescenziale, quando le nuove capacità cognitive ch emergono nell’età evolutiva possono essere usate per accanirsi consapevolmente verso qualche compagno o compagna, usando anche gli strumenti digitali e dei social network, che sfociano in quel  noto fenomeno del cosiddetto cyberbullismo che è molto frequente e che sta connotando l’ epoca dei nostri nativi digitali.

 Alla base di tutta la questione, sia del bullismo sia di altri comportamenti-problema,  c’è un grande bisogno dei ragazzi di essere  educati  a gestire le  loro emozioni e i loro comportamenti in un momento  di per sé così delicato di strutturazione dell’ identità, che  in questi nuovi scenari comunicativi e sociali, complessi e spersonalizzanti, è ancora più vulnerabile. A fronte di questo disperato bisogno dei ragazzi è evidente il  disorientamento e la crisi degli adulti che troppo spesso adbicano il  loro ruolo e si ritrovano ad essere per primi impacciati ad utilizzare e ancor più ad insegnare l’ alfabeto emotivo che manca ai figli.

Sempre ci sono stati questi problemi, ma oggi,  più che in passato, i nuovi contesti liquidi, iperveloci, digitali, fanno  vivere tutti in una realtà schermata, rallentano, inibiscsono, anestetizzano quei graduali passaggi di vita che durante l’adolescenza  facevano crescere,   privano i bambini di quelle  esperienze  genuine, sane  di scontro, incontro, di conoscenza fisica, reale.  L’ iperinvasione del web  fa vivere noi tutti  in una sorta di vita parallela a quella reale, quella virtuale, in cui i confini si dilatano, le parole hanno un altro peso, l’ altro  non lo vedo in faccia; per i ragazzi che ancora devono imparare a misurarsi con le loro emozioni, con il mondo dell’ altro, con il gruppo, questa confusione e sovrapposizione tra reale e virtuale è davvero fuorviante. Per  chi deve imparare ad esprimere ciò che pensa e sente e a scoprirlo negli altri la comunicazione sintetica e a distanza non aiuta. Ecco che in un attimo qualunque cosa può essere detta, ripresa, fatta girare nel web, il confine tra scherzo e insulto non viene più percepito. Aggiungiamo anche, ad aggravare il contesto, che la scarsa tenuta del contenitore familiare e sociale ha creato nuove solitudini, nuovi vuoti. I ragazzi che non hanno una famiglia che sia di reale riferimento e che dopo la scuola non hanno degli interessi, non frequentano  luoghi di aggregazione sani,  soffrono di marcata povertà educativa che sfocia spesso in comportamenti davvero  a rischio.

 Chi lavora e vive a contatto con i ragazzi tutti i giorni, soprattutto in un punto di osservazione privilegiato e strategico come la scuola, sa che è sempre più frequente già alla scuola “media” l’ uso di linguaggi , atteggiamenti e comportamenti prepotenti, al limite del discriminatorio, irrispettosi, assolutamente ineducati, dinamiche di gruppo che sconfinano nel branco, anche in classe,  ma soprattutto nelle  chat, il cui utilizzo è davvero deleterio. Non sempre parliamo di bullismo ma di sicuro ogni volta di un diffuso analfabetismo emotivo. Quante  volte parliamo con i ragazzi, li facciamo confrontare faccia  a faccia, riflettere, e quando il fenomeno non è ancora patogeno, basta poco, occorre dare loro tempo, fiducia, ascolto, per aiutarli a capire, a  maturare. 

Spesso le famiglie hanno difficoltà ad intercettare le situazioni, orientare, ed intervenire con autorevolezza e con la giusta cura e dialogo. Tutti, in primis scuola e famiglia, devono assolutamente collaborare in una forte alleanza ma anche le altre  agenzie educative, ogni  associazione e realtà aggregativa di tutti i tipi,  è  chiamata a questo necessario,  paziente , autentico lavoro di alfabetizzazione emotiva, di allenamento alla comunicazione, alla relazione,  al confronto.

 Le scuole da alcuni anni lavorano moltissimo in questo senso, sulla prevenzione innanzitutto,  con molte attività culturali e psicopedagogiche di orientamento, con progetti  che curano  l’ascolto reciproco e sviluppano quelle capacità autoregolative  e di accordo che sono alla base di relazioni sane ed efficaci. Anche sulla didattica c’è un graduale ma significativo rinnovamento assolutamente da implementare: alcuni approcci tradizionali, come la lezione frontale, favoriscono i comportamenti clandestini dei bulli, mentre una didattica sociale basata sull’interazione e sul lavoro di gruppo facilita lo sviluppo dell’  intelligenza emotiva, l’emergere di eventuali problemi fra gli alunni stessi e la gestione quindi positiva dei conflitti. Occorrono competenze psico-pedagogiche e relazionali molto  solide dei docenti.

 Nel 2006 Daniele Novara scrisse il libro  “I bulli non sanno litigare”, esprimendo una felice intuizione: dobbiamo aiutare i nostri ragazzi a litigare, sì… è una provocazione, ma  litigare apertamente vuol dire imparare ad affrontare efficacemente le difficoltà piuttosto che saperle semplicemente evitare, nasconderle. Questa  è l’ unica strada per crescere i nostri ragazzi e ragazze e a aiutarli a diventare uomini e donne umani, solidali, rispettosi e anche sereni e sani.

Cari genitori,  mettetevi in gioco , dobbiamo noi adulti insegnare ai nostri figli a parlare, ascoltare,  creare le condizioni perchè si parlino, si raccontino, sviluppino empatia…

Cari insegnanti : non mollate ! Dobbiamo lasciare ai nostri  studenti gli  strumenti  per scegliere chi essere, come essere…

Cari ragazzi, non abbiate paura di essere voi stessi, abbiate il coraggio  di conoscere e gestire  le vostre emozioni,  e cercate aiuto, noi adulti CI SIAMO.

*Simona Lazzari è Dirigente dell’Istituto Tecnico Commerciale “F. Scarpellini”

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