Musica Spettacolo Teatro e Cinema

Diversioni musicali

La presentazione dell'ultimo disco di Piero Giovanni Arcangeli presso la biblioteca Jacobilli di Foligno, nell'articolo di Roberto Lazzerini.

#uscendodalcinema
Di Roberto Lazzerini
In foto: Il disco presentato presso la biblioteca Jacobilli di Foligno


[…] a lungo progettato, rinviato più volte per gli incomodi pandemici, infine l’incontro con il nostro concittadino (già, bisognerebbe aggiungere, perché da anni vive nel viterbese) Piero G. Arcangeli (1944), musicista dai molti impegni e musicazioni, è avvenuto. L’occasione è stata la presentazione del suo progetto musicale, Donna, Voja e Fronna… realizzato in disco (e libretto concertante) con l’Umbria Ensemble (Claudia Giottoli, flauto e ottavino, Luca Ranieri, viola, Maria Cecilia Berioli, violoncello, Leonora Baldelli, pianoforte e p.f. preparato) e la cantante Lucilla Galeazzi, il cui curricolo dà conto della ricchezza delle sue ricerche vocali, all’origine, nell’ambito delle tradizioni popolari, soprattutto del canto orale contadino. Il progetto sigilla la sua complessità laboratoriale con due composizioni originali dello stesso Arcangeli, A modo di saltarello, e del giovane perugino Raffaele Sargenti (1980) con il suo Tratto II. Da questa rapida elencazione si può comprendere subito come il progetto abbia affrontato un problema complicato e di non facile soluzione. L’autore si è incaricato di chiarirlo con perfetta lucidità e consapevolezza critica ed ironica.

   L’incontro è avvenuto alla sala grande della rinnovata Biblioteca Jacobilli, in piazza San Giacomo, splendida per deposito librario, anche prezioso, alla presenza di un pubblico attento ed interessato fino alla fine delle due ore di colloquio ed ascolto musicale; è stato promosso dall’Accademia Fulginia con la particolare accentuazione del suo presidente, Fabio Bettoni, dagli Amici della Musica di Foligno e dalla Casa dei popoli. In presenza anche il presidente dell’Unifol di Foligno, Roberto Segatori, che aveva dedicato, nel bollettino interno dell’organizzazione, nel mese di giugno, una sentita e sintetica scheda di segnalazione del disco. Ho esaurito la mia riserva descrittiva, ché non ho altro ente, associazione o personaggio da segnalare, passo oltre perciò.

   In verità, il musicista folignate aveva già presentato, a Foligno, un decennio fa, per la precisione il 16 settembre 2011, alla Libreria Carnevali, sita allora nella sede dell’ex cinema Astra, in via Mazzini, un suo doppio disco, notevole a mio leggere e ascoltare, per via del tempo (sic), che era un compendio compositivo personale, una, così l’autore, breve antilogia live e l’antologia infatti riguarda il tempo in cui si compone e/o si ricompone, ripercorrendolo anche in quel tratto che non ci è permesso nell’esperienza, se non con altri mezzi, e paradossalmente, da ciò la sua antilogia: il tempo sfugge alla sua successione per disporsi su piani favoriti. La raccolta musicale spaziava dal 1969 al 2008 ed era l’adunanza sonora, con la inevitabile pulizia tecnica, di registrazioni dal vivo di esecuzioni in pubblico, alla prima o in qualche replica. Nel suo ampio sguardo musicale e nel suo rigore compositivo compaiono i riferimenti letterari e occasionali che hanno dato origine alle composizioni: una sequela di richiami biblici e poetici che non conosce frontiere temporali (da Sandro Penna, Giovanni Giudici, Dino Campana, Elsa Morante, Alfred Jarry, fino, all’indietro, a Gongora, Rabelais, Campanella con l’amato Seicento barocco) e che costituisce un vortice generoso di generi, che nel libretto l’autore attribuisce ad un romanzo morantiano Il mondo salvato dai ragazzini (1968). Insomma, una caratteristica marca autoriale di Piero Arcangeli a me è sempre apparsa la sua tensione per l’incontro o l’interferenza della musica con la poesia, il teatro e la danza, alla ricerca di una forma che superasse, nella ricezione, il puro e semplice ascolto, il recinto musicale stretto. Se cito, però, quell’occasione di incontro, lo faccio perché nell’antilogia citata era presente lo Stabermater (1995), corruzione popolare dello Stabatmater, che era una composizione per quattro voci femminili, tratto dalla tradizione orale, una variante confraternale fra le molte di quella di Jacopone, registrata dall’autore in versione femminile a Blera, durante un venerdì di Passione. E che si dichiara come una delle rare prove in cui il musicista esercita la potestà creativa riguardo alla musica tradizionale. La composizione fu affidata a Giovanna Marini, con Patrizia Nasini, Francesca Breschi e Patrizia Bovi, che la diffuse con successo, fino all’incisione in un disco Partenze, dedicato a Pier Paolo Pasolini. Il richiamo a quella congiuntura mi permette di far cerniera con l’incontro di venerdì 10 dicembre, di cui stiamo discorrendo. In effetti, nel nuovo album, quello in questione, che volge in maniera critico-riflessiva l’uso creativo, temperato e accorto, della musica tradizionale, del canto contadino femminile, ritroviamo quello Stabermater eseguito però, questa volta, in maniera davvero toccante, dalla voce sola Lucilla Galeazzi. Vale a dire che, nello svolgersi del tempo, si presentano in fasi distinte, due persone, in senso antico, non clinico, che sempre in verità sono coesistite nella figura di musicista di Piero Arcangeli: il compositore, musico di tradizione conservatoriale, post-dodecafonico, tanto per (non) intenderci, e l’etnomusicologo, che sin dall’esordio di questa impresa culturale, alla fine degli anni ’50 del secolo scorso, ne seguì, per istinto e biografia, le vicissitudini, e fu parte attiva in un lungo ciclo di registrazioni di canti contadini e confraternali, che poi confluirono in pubblicazioni. Mi sembra perfino evidente in quel che racconta della sua infanzia e giovinezza in un lungo a parte del libretto, che accompagna e annota il disco, in quell’Italia della ricostruzione materiale e civile, ormai dimenticata e infigurabile, se non nella ricollocazione e nella reinvenzione dei  documenti. D’altronde se è, eticamente, vietata l’ibridazione tra linguaggio scritto e tradizione orale, non è possibile evitare che la tradizione sia, per ovvietà, tradotta e perciò, se volete, tradita. Si tratta di salvarne la particolare verità, testimoniale e sociale. Ed è altresì certo che le società umane, come gli individui, sono dotate di memoria, ma che questa è fatta di una moltitudine di contatti tra le memorie individuali, chiamate a comunicare tra loro, lungo le generazioni, ed è dunque un fenomeno di trasmissioni e di passaggi e che questo è il suo aspetto più specifico, è perciò, più della memoria individuale, strumento di oblio e di deformazione. Ma tener fermo l’appiglio documentario, l’ascolto all’indubitabile bellezza e singolarità dei canti, resistere alle derive del riuso e della domesticazione, nei riguardi di un patrimonio orale, di ciò che resta registrato, dopo la scomparsa del mondo che lo ha generato, in contesti propri, è ancora possibile in forme, auspicabilmente, rispettose. Il modulo laboratoriale scelto infine per comporre il disco ha come orizzonte questo proposito: innanzitutto, consapevolezza dell’incompatibilità musicale delle due tradizioni e certezza dell’incontro irriducibile, senza generare una medietà, in secondo luogo azzardo dell’incontro tra una voce d’aria modale, legata alla memoria, e un ensemble cameristico, formato all’esercizio del suo repertorio tradizionale, tonale. Certo il tempo dovrebbe essere assai lungo, diseconomico,  perché questo incontro possa generare un luogo mentale e musicale dove le due differenze convivano e consuonino. E troverebbe, se il laboratorio cercasse la performance davanti un pubblico reale, difficoltà a piazzarsi, come si suol dire, per le inveterate, inaggirabili, sembra, abitudini dei pubblici separati dai generi e dalle mode. Perciò, infine, è parso quasi ovvia la registrazione di questa performance concertata. Il risultato mi sembra straordinario: voce ed ensemble cameristico danno luogo a straniante concertazione: la prima spicca per nitida bellezza, il secondo per insinuanti, quasi commemoranti sonorità, a far da punto di giunzione, se proprio si vuole, le due composizioni autoriali, già citate in apertura: il saltarello di Arcangeli è evocatorio, se oso, il flauto dell’altro compositore è arieggiante. Che si vuole di più da così rischioso azzardo? La serata si è poi sciolta in amicizia, direbbe un gazzettiere locale, con autografi ai dischi e ricordi personali tra i convenuti: molti di noi, quorum ego, conoscono il musicista da più di mezzo secolo. Aggiungo anzi, che per quasi un ventennio, con Piero e la sua famiglia, ho vissuto in una casa comune, al colle dei Cappuccini, una residenza da filosofi di campagna, come l’ha definita in una memoria, che io chiamo ancora, nel ricordo, la casa di Adamo in Paradiso. Non so cosa significhi tutto questo con la musica, ma l’aria che circolava in quel luogo non è estranea a quella.       

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