Cultura Scuola

La seconda antinomia di Bruner, una legge (quasi) dimenticata e… la paura dell’uomo nero

Pubblichiamo di seguito la terza parte dell’ampio contributo di Francesco Valecchi, già Direttore Scolastico del I° Circolo di Foligno. La prima e la seconda parte sono state pubblicate nei numeri 22 e 23 di Sedicigiugno.

#ascuoladiuguaglianza #contributipedagogici
Di Francesco Valecchi
In foto: Silvio Orlando nel film “La Scuola” (1995)


Il nostro è un paese che facilmente dimentica e ignorare la storia, anche la propria, è il primo dei grandi errori in cui può cadere un essere umano. Perdoniamo così, troppo frequentemente, le incoerenze e le giravolte disinvolte e opportuniste dei nostri politici, che la dicono lunga sulla loro etica e lasciamo passare, senza batter ciglio, con altrettanta facilità, le sparate grossolane di alcuni presunti guru della comunicazione che, per nascondere gli interessi dei pochi, attaccano senza ritegno chi ha difeso o difende la sete di giustizia dei più.

Ognuno di noi dovrebbe chiedersi ogni tanto: Io chi sono? Da dove vengo? Che cosa vorrei essere? Per rispondere a queste domande fondamentali (e cercherò di spiegarne il perché), è necessario superare il chiasso del nostro tempo e avventurarsi alla ricerca della verità dei fatti. La storia, di cui vorrei parlare qui, ha radici antiche, ma subisce una svolta fondamentale nel 1962 con l’approvazione di una legge, altrettanto basilare: la n°1859 del 31 dicembre di quell’anno. Nacque così la scuola media unica: una scuola per accogliere tutti, che superava le barriere storiche, rappresentate dai percorsi differenziati, operanti fino ad allora. 

Per capire la portata di quella legge occorre riandare al sistema scolastico vigente fino a quel momento, retaggio di concezioni apertamente classiste della scuola. La riforma Gentile del 1923, che aveva dato al sistema educativo italiano un impianto teorico e una struttura, prevedeva, infatti, al termine della scuola elementare (oggi primaria), un esame selettivo per l’accesso a due tipi di scuola: la Scuola media (secondaria inferiore – primo triennio del ginnasio), o l’Avviamento professionale (che era di avviamento al lavoro). Il discorso che si faceva prima della legge del 1962, in ogni famiglia di difficili condizioni economiche, anche in quelle in cui l’alunno avrebbe potuto superare l’esame, era relativo a un incoraggiamento a continuare la scuola scegliendo l’Avviamento che, al termine del triennio, avrebbe messo il ragazzo in condizione di lavorare o di frequentare gli istituti tecnici, piuttosto che la scuola media che avrebbe dato l’accesso ai licei e all’università (e che quindi prevedeva un cammino scolastico ben più lungo). 

A fare la differenza nella scelta della scuola (e al perpetuarsi delle condizioni sociali) era quindi, prima di tutto, un divario di tipo sociale ed economico. La legge n.° 1859 cercava di rimuovere quel primo ostacolo e di dare attuazione agli articoli 3 e 34 della Costituzione (1948) che prevedevano:

Art. 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo e la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Art. 34: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.”

Naturalmente, la legge del 1962 tentava anche di risolvere un problema ben più ampio che ancora, purtroppo (e da troppi), sembra non esser stato ben assimilato (non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire – verrebbe da dire).

Andiamo per gradi. 

Ricordo, per inciso che, come avevo menzionato nel mio primo articolo (pubblicato nel numero 22 di questa rivista), la seconda antinomia della scuola, focalizzata da J. Bruner, in quello che ho chiamato segmento due, poneva il dilemma: La scuola ha, come compito, quello di privilegiare i talenti individuali naturali (estremo A) o, piuttosto, dovrebbe provvedere, in via prioritaria, allo sviluppo delle potenzialità di tutti e di ciascuno (estremo B)?

Cerchiamo di far luce sul problema a cui accennavo sopra. Esso potrebbe essere sintetizzato nella delicatissima domanda: – A che età è opportuno effettuare la selezione delle capacità individuali e orientare gli alunni, in conformità a queste, a lavori o professioni?  Nella scuola del Programma, comunque vigente fino a non pochi anni fa, si ponevano dei confini ben precisi: in seconda elementare occorre che 1’alunno sappia fare …, in quinta elementare …, in 3ª media …. I confini, tracciati dai programmi, servivano quindi a definire chi doveva essere promosso e chi bocciato (cioè doveva ripetere l’anno) e, magari convincersi che la scuola non fosse fatta per lui. La struttura della scuola, che tutti abbiamo conosciuto, era (e, purtroppo, in troppi casi, è) questa e, come dice, riassumendo bene il pensiero di molti, il professor Mortillaro nel film (nei libri di D. Starnone, e nello spettacolo teatrale) La scuola  di D. Luchetti (1995) : “C’è chi è nato per studiare e c’è chi è nato per zappare”. Tale pensiero qualunquista, molto diffuso ancora oggi, non tiene in alcun conto un dato di fatto fondamentale. Sui problemi di apprendimento dei bambini (e, più genericamente, degli individui), incidono sostanzialmente tre fattori: a) cause di natura genetica,  b) cause di natura fisica o psichica, c) difficoltà originate da ambienti culturali, sociali, conflittuali, deprivati o semplicemente diversi rispetto a quelli della cultura di accoglienza. 

La legge n°517 del 1977, che eliminava le scuole speciali e immetteva gli alunni con svantaggi genetici, fisici o psichici nelle classi comuni, cercava di colmare alcune delle lacune ancora aperte nell’accoglienza di tutti e di andare incontro alle loro esigenze, declinando in pratiche didattiche la parola-chiave integrazione. Rimanevano fuori dall’azione formativa gli svantaggi culturali, sociali ecc.. 

A questo punto si pongono una serie di domande. Se i livelli di partenza, e quindi di ingresso degli alunni a scuola, sono diversi, come possono essere uguali il loro percorso, la valutazione e il traguardo?  Come si può mettere in moto quell’ascensore sociale che consenta ai capaci e meritevoli di accedere ai più alti gradi di istruzione?  Come superare il radicato orientamento classista della scuola di ispirazione gentiliana?  I fattori fisici, genetici e psichici pongono dei limiti oggettivi alle possibilità di apprendimento che però possono essere, almeno parzialmente, abbattuti con interventi didattici mirati (come ben sanno i docenti e gli specialisti che operano con competenza con questi alunni). I ritardi dovuti a deprivazioni culturali, ambientali ecc. possono, in molti casi, essere del tutto azzerati con coerenti e puntuali interventi personalizzati, consentendo agli alunni, con differenze nelle capacità di apprendimento iniziale, di superare il loro svantaggio. Noi sappiamo che il bambino (e poi il ragazzo) apprende sfruttando, soprattutto nei primi anni, le cosiddette finestre di opportunità di apprendimento, costituite dalle capacità che il suo cervello in crescita riesce a fare proprie grazie alla sua flessibilità. Stili di apprendimento, ricchezza nel possesso del lessico (conoscenza e uso di un numero significativo di parole), ambienti affettivi sicuri, sistemi di attaccamento sani, abbondanza di esperienze nell’ambiente, possibilità di gioco creativo e di motivazione fanno la differenza.  Nidi e scuole dell’infanzia, supporto alle famiglie, concorso all’istruzione dei mezzi formali, non formali e informali possono e devono essere decisivi per il futuro di un qualunque alunno, indipendentemente dalla sua condizione economica e sociale.  

Le discussioni che precedettero e seguirono l’approvazione della legge possono essere prese ad esempio, ma anche fare da monito per comprendere cosa è in gioco a tutt’oggi, anche se ci sembra che il problema non si ponga. Nel suo intervento in aula, durante il dibattito alla Camera sull’approvazione della legge per la Nuova Scuola Media Unica, tra gli altri, un deputato disse:“Perché mai dovrebbero essere umiliati i più dotati di intelletto e di volontà costringendoli in una scuola dove è necessario che essi si tarpino le ali, per tenersi al volo di chi è necessitato a procedere lentamente?” (On. Limoni. Discussione alla Camera sulla legge istitutiva della Nuova Media. Seduta del 13/12/1992. Ripreso da Scuola di Barbiana; “Lettera a una professoressa”, Libreria Editrice Fiorentina; Firenze 1996; pag. 71”.). 

Quante volte nella mia carriera di insegnante, poi di direttore didattico e di dirigente scolastico mi son sentito dire queste cose!  Quante volte ho dovuto persuadere del contrario il genitore convinto che la presenza di alunni con handicap, con ritardo di apprendimento o stranieri in classe rappresentasse una zavorra per lo sviluppo dell’intelligenza di suo figlio!   A intervenire nel dibattito, seguito alla legge 1859, che non si placava e a coloro che cercavano in tutti i modi di limitarne gli effetti, non riuscendo (o non volendo), capire la portata di quel cambiamento, fu soprattutto un prete anomalo, se vogliamo un cristiano inquieto, che irruppe sulla scena della cultura italiana con la potenza di un maglio. Don Lorenzo Milani, l’uomo nero del titolo, non era un prete facile né docile e come tutti i veri cristiani non facili né docili era destinato alla sua croce. 

Ma di lui parleremo nel prossimo numero.

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