Cultura

“Cani”, una voce per due solitudini

Conversazione con Michele Bandini, a cura di Fausto Gentili.

#cultura
A cura di Fausto Gentili
In foto: Un banner dell’Umbria Factory Festival


Si è appena concluso l’Umbria Factory Festival, musica teatro e danza allo Zut, della cui prima sezione ha già parlato nelle nostre pagine Carolina Balucani (Sedicigiugno n.23,  novembre 2021). Ce ne puoi fare un sommario bilancio ?

 E’ andata molto bene, siamo contenti di quello che siamo riusciti a fare in un periodo così delicato  ed in tempi così stretti. Pensa che solo a settembre abbiamo avuto l’ok per il finanziamento del Ministero: l’organizzazione è stata frenetica ma dopo due anni di chiusura è stato bello vedere una comunità di ragazzi e ragazze che si ritrovava intorno allo Zut  per darci una mano. Anche diversi critici, soprattutto romani, hanno seguito con attenzione il nostro lavoro.

Tra i lavori più intensi e più applauditi dal pubblico c’è la tua performance solitaria, “Cani”: un singolare dialogo in cui entrambi i ruoli sono svolti da uno stesso attore. Come è nata l’idea, e quanto ci è voluto a realizzarla ?

E’ stata un’idea sofferta. Già cinque anni fa mi ero fatto un’idea del tema, ed avevo anche il titolo. La prima stesura era pensata per due attori (in particolare pensavo ad Emiliano Pergolari), poi l’organizzazione dello spazio ci ha portato a scelte diverse, e mi sono trovato a dire da solo entrambe le parti.

Il risuiltato mi sembra straordinario. Affidare entrambe le parti ad un unico attore (e la tua è davvero una performance di grande bravura) significa anche rinunciare ad una caratterizzazione realistica dei personaggi (la voce, il volto, il costume). E dunque i casi sono due: o la differenza è affidata alle parole che pronunciano oppure la differenza non c’è proprio, l’uno è lo specchio, la proiezione, il prolungamento (qui, anche biologico) dell’altro. Alla fine lo spettatore è  costretto a scegliere: o si fida di quello che sente (un padre e un figlio chiusi in una dura relazione simbiotica, fuori dal tempo e dalla società) oppure crede a quello che vede: un uomo solo che si divide in due, un orfano che si costruisce un padre perduto o un vecchio che, prima di morire, dialoga con il figlio che non ha mai avuto. Non so se l’effetto è intenzionale, ma ti assicuro che è davvero suggestivo. Sei costretto, tu spettatore, a scegliere tra due forme di rappresentazione della solitudine.

E’ così. E’ una scelta nata in sala prove. Ho improvvisato la prima scena, quella del panino, e abbiamo capito, rivedendo la registrazione, che andava bene così. Si lasciava allo spettatore la responsabilità di scegliere: sforzarsi di caratterizzare lui i personaggi oppure abbandonarsi ad una certa indeterminatezza. In effetti, come dicevi, c’è una certa identificazione tra le due figure. Il che non vuol dire che si tratti di un monologo mascherato: avevamo anche pensato, in sala prove, di dare appunto forma di monologo a diverse parti, poi abbiamo scelto il dialogo. E’ rimasto, quello sì, il monologo finale. Anche questo, peraltro, è un monologo del padre ma a un certo punto si capisce che potrebbe essere anche del figlio.

Una scelta molto efficace, di grande impatto emotivo (senza contare la citazione, non so quanto volontaria, di Kill Bill).  Accennavi poco fa al dialogo iniziale, quello “del panino”. In quella parte, davvero spassosa, il tuo lavoro fa pensare a certe situazioni claustrofobiche dei testi di Harold Pinter, poi ci si accorge che non è così: mentre lì si percepisce spesso una imprecisata minaccia che viene dall’esterno, qui l’esterno non c’è proprio: i tuoi protagonisti sono come murati vivi dentro un guscio da cui non hanno nessuna intenzione di uscire, una simbiosi in cui non si infiltra nessun’altra relazione.  La società non c’è, neanche come minaccia. Sembra una scelta ben precisa, forse un tentativo di esplorazione dell’inconscio.

Sì, è così. Anche l’uso del suono, del microfono, rimanda a questo fuori….

,,, che in realtà è un dentro, sono le loro voci che, invece di uscire, rimbalzano dentro.

Appunto. Il riverbero delle voci è quella dimensione in cui il suono stesso si propaga in uno spazio che è, sì, esteso, ma chiuso.

L’unico “fuori” è una natura che costituisce più che altro il terreno  di una sfida, un campo di addestramento: c’è la prova della caccia, la prova del freddo….

.

Infatti. La natura è il luogo della contemplazione, della bellezza, ma anche l’occasione in cui, attraverso le prove che dicevi, prende forma la violenza tra le persone, l’umiliazione. Si compie lì, nel contesto della natura, un tentativo di incontro che però non riesce.

Questo mi sembra molto interessante, perché viviamo in un’epoca in cui la violenza è spesso rappresentata come qualcosa che viene dal di fuori, dalla Storia o dal contesto sociale. Tu invece guardi con grande attenzione ad una violenza che viene da dentro. E’ anche una riflessione, la tua, sulla paternità, sull’amore paterno e sulla nostra (in)capacità di esprimerlo pienamente. All’inizio siamo tutti figli, poi a un certo punto diventiamo padri senza per questo cessare di essere figli, e tutto si fa più  più complicato. Noto tra parentesi che anche altri teatranti, penso ad esempio a Caroline Baglioni e Michelangelo Bellani, stanno da tempo provando a dipanare il nodo della famiglia. Sarà un caso?

Forse è innanzitutto una questione anagrafica. I genitori per fortuna ci sono ancora, i figli ci sono già e cominciano a crescere, e una riflessione sull’amore diventa inevitabile. Farla  adesso, avendo ormai chiaro quale sia la responsabilità di essere genitore, è servito anche a riattraversare la mia condizione di figlio e a vederla in una luce diversa.

E’ così, davvero quei due possono essere la stessa persona, e questo – la capacità di guardare dal di dentro entrambi i lati della relazione – dà al tuo lavoro uno  spessore che forse ha a che fare con la maturità.  A questo proposito, vorrei capire come “Cani” si inserisce nella tua carriera professionale ed artistica.

L’apertura dello Spazio Zut ha assorbito per anni gran parte delle mie energie. Nel frattempo ho lavorato come attore o come formatore, ma erano cinque o sei anni, dai tempi di “Bisogno”, che non mettevo in scena un progetto mio.

E’ la moderna condanna degli artisti; passano gran parte del tempo a riempire scartoffie…

Proprio così: bandi, rendicontazioni, ecc. Ma a un certo momento  ho sentito l’urgenza di scrivere e poi realizzare questa “cosa”, e voglio ringraziare i colleghi dello Zut  che mi hanno messo in condizione di dividermi tra il lavoro di organizzazione del Festival  e quello dedicato al mio progetto. A Carolina Balucani, In particolare, debbo consigli preziosi in fase di allestimento. Anche perché questo lavoro va in una direzione molto diversa dai precedenti; in “Bisogno”, ad esempio, c’era una ricerca sull’elemento sonoro e la parola era in secondo piano. Qui invece la  scrittura (peraltro in  dialetto, una specie di ritorno alle origini) ha un ruolo fondamentale. 

E poi anche tu, come quasi tutti di questi tempi, ti sei confrontato con il tema della morte. Non si capisce se questo interesse nasca da esigenze strettamente personali oppure se sia il riflesso dell’aria che respiriamo,

Forse sì, forse non è un caso. Stiamo vivendo un’esperienza storica, la pandemia, in cui un po’ tutti siamo costretti, indipendentemente dall’età, a confrontarci,con la concretezza di questa possibilità. Aggiungi che c’è anche un dato personale, anagrafico: avere la mia età significa avere genitori che invecchiano, e certi pensieri diventano inevitabili. Per affrontarli ho scelto di tenere insieme profondità di temi e immediatezza di  linguaggio (il dialetto, in  particolare) ed una chiave che non trascurasse il grottesco o il comico.

E però, l’avrai sentito dal palco, all’inizio si ride molto ma poco a poco l’atmosfera si raffredda. Il finale è duro…

E’ molto duro, sì: il monologo del padre (la bara, il funerale) è una delle prime parti che ho scritto. D’altra parte, non saprei dirti perché, questo tema della costrizione negli spazi mi accompagna da tempo:”Bisogni” si svolgeva in una teca, e in “Concerto in si minore” c’era una croce realizzata da Mael Veisse, una cassa in cui entravo.

Un’ ultima domanda: chi  non ha avuto occasione di vederti avrà un’altra possibilità ?

Sì, stiamo definendo due date in Umbria per i primi mesi del nuovo anno e poi vedremo di promuovere lo spettacolo attraverso il video che abbiamo realizzato.

Speriamo che la promozione  funzioni.

Speriamo

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