Ambiente

Rifiuti: dalla Giunta regionale solo risposte miopi

Il 5 gennaio la Giunta regionale umbra ha anticipato il nuovo Piano Regionale per la gestione dei rifiuti urbani e dettato le “linee indirizzo politico” ,parlando di “soluzioni innovative” che finalmente porteranno fuori la regione da quella “situazione critica e stazionaria” degli ultimi anni. Proviamo, con Daniela Riganelli, a vederci chiaro.

#ambiente
Di Daniela Riganelli (Direttivo Legambiente Umbria)
In foto: Andamento della produzione dei rifiuti urbani, differenziati e non


Lo stato dell’arte

Anche se fino ad oggi, a detta della Giunta regionale, si erano registrate solo criticità, nel  Documento preliminare per l’aggiornamento del Piano regionale di gestione integrata dei rifiuti  (predisposto da quel comitato tecnico che la stessa Giunta ha voluto) veniva fotografata una regione che nelle annualità 2010-2019 aveva visto aumentare gradualmente (qualche punto per anno) la raccolta differenziata fino a raggiungere il 66% nel 2019, portandosi dietro una diminuzione di rifiuto da mandare in discarica. Anche l’indice di riciclo (ovvero quanto del materiale raccolto in modo differenziato viene effettivamente riciclato) era cresciuto di anno in anno fino ad arrivare ad un dato medio del 58% (2018), che supera l’obiettivo di riciclo del 55% al 2025 chiesto dall’Europa e recentemente recepito anche in Italia  (D.Lgs. 116/2020). Stesso andamento positivo nella gestione della raccolta della frazione organica, aumentata in qualità e quantità. 

Dati ambientali positivi insomma, anche se in lenta crescita (grazie al forte ritardo della Valle Umbra) dovuti probabilmente all’attuazione della DGR n°34 del 2016 che chiedeva direttamente alle  Amministrazioni comunali di  riorganizzare i servizi di raccolta con le modalità̀ del porta a porta, per raggiungere l’obiettivo di raccolta del 72,3%. Obiettivo che dal 2020 in poi è sembrato   sempre più irraggiungibile perché in questi due ultimi anni di fatto non è stata attivata alcuna azione per aumentare quantità e qualità della raccolta. I dati del catasto rifiuti degli ultimi due anni testimoniano infatti una situazione praticamente ferma (vedi portale ARPA UMBRIA). Come mai?  Nel 2018,  con la DGR 1409, la Regione Umbria metteva in guardia le amministrazioni che non stavano raggiungendo gli obiettivi: le disponibilità  residue delle discariche stavano diminuendo e  occorreva ridurre il rifiuto in discarca, fino ad un obiettivo di 50.000 tonnellate nel 2026. Le azioni da attivare dovevano rispettare la gerarchia dei rifiuti ovvero si doveva: attivare in tutti i territori le raccolte differenziate a tariffa puntuale (venivano previste anche sanzioni), adottare piani di riduzione rifiuti, aumentare riuso e riciclo, aggiornare l’impiantistica.  Anche su questo fronte negli ultimi due anni non si è fatto un bel nulla e ad oggi le 163.000 ton di rifiuto indifferenziato del 2020  in discarica sono un bel problema che potrà saturare a breve le disponibilità residue (vedi sempre documento preliminare).    

Le linee di indirizzo   

Partendo dalla reale difficoltà di “sistemare” questo rifiuto non differenziato e completare l’impiantistica regionale (da sempre punto spinoso e rimandato), la nuova Giunta, proprio in previsione del piano regionale,  decide di anticipare una delibera (DGR n°2 2022) che in sintesi approva uno scenario  (dei tre possibili previsti) che  autorizza l’ampiamento delle discariche fino a 1.000.000 di tonnellate e chiede di  realizzare un nuovo inceneritore da 130 mila tonnellate/anno. Al contempo chiede anche di aumentare un po’ gli obiettivi di raccolta differenziata (al 74,8%) con azioni che sono di “incoraggiamento” e  “promozione” (giudicate voi se utili). Di questo passo insomma il Problema RUR (Rifiuto Urbano Residuo) sarà risolto per i prossimi 20-30 anni!

Si tratta di una soluzione “dovuta” ci viene detto, perché gli obiettivi del citato pacchetto dell’economia circolare, prevedono, oltre al raggiungimento di percentuali  ben precise di riciclato, anche un limite al conferimento in discarica ( al massimo il 10%). Un obiettivo che evidentemente non si poteva ottenere senza prevedere in qualche modo il passaggio alla combustione, o tramite inceneritore appunto o attraverso il CSS (combustibile solido secondario) previsto invece negli altri due scenari. La scelta che viene fatta è quella più conservativa, che al momento consente di non fare nulla (se non autorizzare ampliamenti) mentre l’inceneritore lo farà chi verrà.

Discarica Borgo Giglione (Magione). Immagini Google

Una non soluzione

Come Legambiente, insieme a molte altre associazioni ambientaliste, abbiamo aspramente criticato questa soluzione per una serie di ragioni: perché incenerire i rifiuti è contrario ai principi della tanto sbandierata economia circolare, che si basa sul recupero di materia (e non di energia) e presuppone di allungare il più possibile la vita dei beni di consumo; perché l’ Europa ha deciso di escludere dal PNRR l’incenerimento dei rifiuti (con quali soldi faranno questo impianto in Umbria?); perché anche a Copenaghen hanno capito che incenerire e basta non è la soluzione e vogliono puntare al riciclo (ma ora sono sovradimensionati); perché il business incenerimento sta scricchiolando anche in Lombardia che ad oggi deve importare rifiuti per “mantenere” gli impianti;  e infine perché i prezzi delle materie prime di cui noi non disponiamo stanno andando alle stelle e quindi dovremmo  riciclare sempre più….

In sintesi, ci sono  validissimi e seri motivi economici, ambientali e sociali per bocciare questa soluzione. Quello che fa più male, però, è aver perso tanti anni di battaglie, almeno da quando (2009) gli inceneritori venivano previsti nel vecchio Piano regionale gestione rifiuti (ma se ne parlava da prima) e a tanti sembrava una soluzione innovativa perché allora anche arrivare al 50% di raccolta differenziata era ritenuta un’utopia. 

Sono passati 15 anni, il mondo è cambiato, comuni non solo del Nord ma anche umbri, arrivano ad oltre l’80% di raccolta differenziata, applicano la tariffa puntuale e hanno un rifiuto residuo ben sotto i 100 kg pro capite anno (in Veneto sotto i 50 Kg pro capite, a Calvi dell’Umbria siamo a 56). Con 800mila cittadini Umbri (e stiamo diminuendo) arrivare a 50/60000 tonnellate era possibile, ma attivando azioni reali di economia circolare, ivi compresa la possibilità di produrre CSS se questa fosse stata una soluzione residuale a valle di tutte attività volte ad ottimizzare i riduzione-riuso-riciclo. 

Ma evidentemente noi umbri siamo considerati da chi ci governa cittadini che queste cose non le capiscono, che non possono imparare a fare meglio, che si accontentano al più di città pulite, differenziando il minimo e facendo guadagnare qualcuno con un business redditizio che è quello dell’impianto da progettare, costruire e far funzionare. 

Crediti Foto Copertina: firstonline.info

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