La Città Invisibile Società

Con la lente della Caritas

La Caritas compie 50 anni: Conversazione con il direttore Mauro Masciotti a cura di Fausto Gentili.
Francobollo Caritas 50 anni

#caritas #solidarietà #lacittàinvisibile
A cura di Fausto Gentili
In foto: Il francobollo per i 50 anni della Caritas


Cinquantaquattro anni, quattro figli, capostazione delle ferrovie, Mauro Masciotti è dal 2010 direttore della Caritas diocesana di Foligno. Una sorta di “prima linea della crisi”, ma anche un osservatorio ideale, il suo, per comprendere e descrivere i cambiamenti in atto nel tessuto sociale del nostro territorio. Lo incontriamo all’aperto, nel bel chiostro del convento di San Giacomo, sede della Caritas, che reca ancora qualche traccia del Natale passato da poco. Masciotti è un po’in ritardo, si scusa: l’incontro a cui ha appena partecipato – volto ad individuare con alcuni imprenditori locali dei possibili percorsi di inserimento lavorativo per persone in difficoltà – è durato più del previsto. Proprio da qui – l’impatto dell’epidemia – muove la nostra conversazione.

Partirei da un ragionamento di Caritas Italiana, che dice: se usiamo l’epidemia come una lente per vedere meglio ciò che accade nella società, scorgiamo un panorama di grande preoccupazione:diffusione delle diverse forme di povertà, aumento della disuguaglianza, nuovi poveri, soprattutto italiani, in settori sociali che fino a poco fa erano o sembravano al riparo. Visto da Foligno, che quadro è ?

Ci ritroviamo perfettamente in questa rappresentazione. La pandemia in realtà ha acuito e accelerato processi che erano già in atto da tempo: parti di ceto medio erano già state colpite dalla crisi economica iniziata nel 2008, la pandemia ha dato un colpo ulteriore. Anche il nostro intervento viene continuamente rimodulato per venire incontro a famiglie che non vengono spontaneamente ai nostri sportelli, perché non erano abituate a dover contare sul prossimo. Le andiamo a scovare con il tam-tam, amici e collaboratori che le invitano a farsi avanti. La principale richiesta che incontriamo è quella di essere in qualche modo reinseriti in ambito lavorativo.

A questo proposito, mi sembra che nel tempo l’impegno di Caritas si sia spostato: da un approccio prevalentemente assistenziale ad una maggiore attenzione al lavoro. La riconquista del lavoro per chi l’ha perduto, la dignità e i diritti del lavoro per chi – e sono tanti – è più esposto al rischio di sfruttamento.

Questo in realtà è anche il nostro autentico DNA. Caritas nacque cinquant’anni fa, per impulso di Paolo VI, e si è subito occupata di calamità naturali e situazioni estreme (pensa ai poveri di strada), ma nel suo statuto era già presente l’attenzione al lavoro, ai  diritti di ciascuno e della comunità intera. Direi che è parte integrante della funzione pedagogica di Caritas.

Un approccio, questo, che mi sembra anche in  sintonia con il magistero di papa Francesco, penso al tema dello sviluppo integrale umano.

Senz’altro, è così. Papa Francesco è per noi un punto di riferimento fondamentale.

In uno dei vostri testi ho trovato un’affermazione molto impegnativa: occorre “superare quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri”. Credo però che la situazione creata dalla pandemia renda ancora più difficile promuovere il protagonismo delle persone, metterle in condizione di prendere la parola, assumersi delle responsabilità, indirizzare la propria vita…

In questi mesi abbiamo dovuto sconfiggere le paure: innanzitutto dentro noi stessi. Si rischia di vedersi di meno, è vero, ma tutto sommato non c’è stata solitudine. La natura stessa dei bisogni (psicologici, economici, sanitarI) che la pandemia ha prodotto ha fatto sì che dovessimo mettere da parte le paure e intervenire al fianco delle persone: quelle che ci cercano e quelle che siamo noi ad andare a cercare.Direi che c’è stata condivisione. Tieni conto che la pandemia ha evidenziato enormi e diffusi problemi psicologici, e intervenire a questo livello è molto più complicato che dare un sostegno economico.

Poc’anzi ti riferivi al lavoro: che cosa significa, oggi, aiutare le persone a trovare lavoro? Fate attività di formazione, intessete rapporti con le imprese ? 

Il primo passo è ricostruire la fiducia delle persone nelle proprie capacità: molti vengono da storie difficili, storie di sconfitte anche dolorose. Non parlo tanto di poveri “storici”, assuefatti ad una condizione di marginalità, quanto di padri e madri di famiglie che un loro talento ce l’avevano, persone che vengono da precedenti percorsi di lavoro. Per questo serve un processo di formazione, di rigenerazione, ma anche poi la possibilità di offrire opportunità concrete. Proviamo a costruire dei ponti.

Siete in  relazione con singole imprese o con le loro rapprenzanze associative?

Singole imprese, perché molto dipende dalla volontà di questo o quell’imprenditore di aprirsi a percorsi di, solidarietà.

Immagino che anche le vostre attività culturali abbiano risentito della situazione.

Più che ridurle, le abbiamo dovute modificare: abbiamo dovuto rinunciare, per ora, alla “cultura dell’abbraccio”, ma non abbiamo perso di vista il fatto che le vere armi per abbattere le povertà economiche, sociali, persino politiche, sono la cultura e la formazione.

Negli anni scorsi avevate messo in piedi alcune esperienze innovative, penso all’emporio (una sorta di supermercato simulato, in cui le persone vengono a spendere i “buoni di solidarietà” che hanno ricevuto) o alla fattoria di Spello, dove sono in atto anche percorsi di recupero di detenuti. Come hanno risentito della pandemia ?

Beh, l’emporio ha praticamente raddoppiato la propia attività: continua a funzionare, ma attraverso la consegna a domicilio. Anche la mensa in comunità è affiancata da un servizio di asporto.Voglio anche segnalare che c’è in giro più solidarietà di quello che si crede:per esempio il nostro forno è sempre spento perché ogni giorno ci arriva pane dai forni e dalle pasticcerie della città.

Che dimensione hanno questi interventi? ci dai qualche numero?

Prima della pandemia in questi locali passavano (tra mensa, emporio, sostegno psicologico, assistenza legale, ecc.) circa trecento persone al giorno. Ora ci muoviamo con grande prudenza, ma tieni conto che la mensa è frequentata da una cinquantina di persone, e l’emporio da circa duecento. Anche questo, però, è solo un primo approccio, un modo per avviare un attenzione e un intervento: come quando offri un caffè a qualcuno per avviare un rappoorto.

Vorrei anche chiederti dei rapporti con le istituzioni. La mia impressione è che negli ultimi anni (gli ultimi dieci o quindici, non solo gli ultimi due o tre) dalle istituzioni sia venuta avanti una sorta di delega: in particolare nei vostri confronti, ma più in generale verso il volontariato. Un discorso che dice: visto che siete bravi a fare questa cosa, occupatevene voi.

E’ vero. Una delega c’è, anche molto forte. Il nostro compito principale, però, è coinvolgere le istituzioni nei percorsi che attiviamo.

Insomma, il mondo alla rovescia. Invece di istituzioni che provano a coinvolgere il privato sociale nel perseguimento dei propri obiettivi, abbiamo soggetti dell’associazionismo cheinterpellanoe sollecitano le istituzioni. Non avvertite il rischio di funzionare come un alibi delle inadempienze istituzionali ?

Spesso è così. C’è ad esempio un gigantesco problema sanitario: le carenze della sanità pubblica spingono sempre più persone a rivolgersi a noi: per gli occhiali, per la dentiera, per una visita specialistica…. Lo smantellamento della sanità pubblica si avverte anche qui, in modo molto forte. Per fortuna ci sono operatori della sanità, per lo più pensionati, che ci sono venuti a cercare per dare una mano. Così abbiamo aperto un poliambulatorio, un ambulatorio dentistico, uno sportello di orientamento sanitario…

Sportelli che funzionano regolarmente ?

Sì, hanno un orario che i nostri assistiti conoscono. Certo, con la pandemia è tutto più complicato: i bisogni aumentano e le modalità di incontro si fanno più prudenti e problermatiche.

Nel numero di dicembre di Micropolis è uscito un dossier sul nuovo Codice del Terzo settore. Che cosa ne pensi ?

Dobbiamo vedere il testo definitivo, quello che posso dirti è che c’è bisogno di un quadro legislativo definitivo, che chiarisca che cosa si può fare e come si può farlo.

Un ultima domanda riguarda le risorse di cui disponete, sia le risorse umane che quelle finanziarie. Nel sito nazionale c’è il bilancio 2020, molto trasparente e di facile lettura, che mostra come nel primo anno di pandemia Caritas abbia potuto contare su un significativo incremento dei contributi della CEI, provenienti dall’ 8 per mille....

Sì, è stato così anche per noi

L’altra cosa che mi ha colpito è che la struttura nazionale ha in tutto una quarantina di dipendenti, tutti a tempo indeterminato e mediamente piuttosto anziani. Per il resto è tutto volontariato. Qui da noi come siete organizzati?

In tempo di pandemia il volontariato è piuttosto in crisi. Noi abbiamo diversi bracci operativi, per esempio la fondazione Arca del Mediterraneo, che ha sede in via San Giovanni dell’acqua, sta gestendo tutti i centri di accoglienza per stranieri e altre attività qui in città. Poi c’è la cooperativa Territorio e solidarietà che si occupa degli inserimenti lavorativi. Nelle nostre équipes operano una trentina di persone, alcune a tempo indeterminato, altre impegnate su progetti a termine, altri ancora nel quadro dei percorsi di lavoro per persone in difficoltà.

Insomma, un bel numero, un pezzo di welfare

Sì, se poi conteggiamo le borse  lavoro si tratta di qualche altra decina di persone  In media (questo è un nostro vanto) i nostri collaboratori sono persone molto giovani. Quello che ci è venuto a mancare in questi mesi è il volontariato: in parte siamo stati noi stessi a scoraggiarlo (per esempio abbiamo detto agli anziani di stare a casa per evitare rischi), in parte ha agito la paura. Un grande aiuto ci è venuto, invece, dai ragazzi in servizio civile (ne abbiamo avuti una dozzina), ma il bando attuale – che prevede 14 posti – non sta andando bene. Cercheremo di capire il perché.


Cinquanta anni di Caritas

La Caritas Italiana viene istituita nel 1971, regnante papa Paolo VI, per decreto della Conferenza Episcopale Italiana, con “mete non assistenziali, ma pastorali e pedagogiche”. Nel tempo però il tema della “promozione umana” (1976), l’indicazione di “ripartire dagli ultimi” (1981) e l’attenzione al “territorio come luogo di responsabilità missionaria, di attenzione caritativa e sociale” finiranno per caratterizzare le attività della Caritas come prevalentemente assistenziali: servizio civile (per i ragazzi), volontariato sociale (per le ragazze), progetti di intervento nelle emergenze nazionali (terremoti, alluvioni) e internazionali (Bangladesh, Balcani, Somalia,…) attraverseranno gli anni Ottanta e Novanta. A partire dal Giubileo dell’anno 2000 queste attività si consolideranno, alla luce di una riflessione sul rapporto tra pace, sviluppo umano e giustizia sociale, mentre prende forma un’attenzione ai temi ambientali (i “guasti del creato”) e al “bene comune” che troverà poi piena legittimazione nell’enciclica Laudato si’ del 2015. Già la crisi economico-finanziaria avviata nel 2008 vede però emergere un importante ruolo della Caritas nel fronteggiare vecchie e nuove povertà, sostenuto da uno sguardo critico (“Non conformatevi a questo mondo”) sui meccanismi che producono povertà ed esclusione sociale: l’intervento caritativo è così accompagnato da una rinnovata attenzione alla sfida educativa (“Educare alla vita buona del Vangelo”). Il 2016 è  l’anno dell’emergenza terremoto in Centroitalia, che si va ad aggiungere ai tradizionali terreni di intervento, anche internazionale (Siria, Medio Oriente, Balcani…), ma è anche l’anno del “Giubileo della misericordia” indetto da papa Francesco. Alla luce del suo magistero si fa più esplicita e consapevole la volontà di “superare quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri, e a mettere in discussione le macrorelazioni”, vale a dire le relazioni economico-sociali date, e “sperimentare modelli alternativi, cambiamenti di paradigmi.“ ”Dignità del lavoro, … qualità della vita sulla terra, salvaguardia dei beni comuni, …questione migranti spesso strumentalizzata a livello nazionale e internazionale, strapotere di economia e mercati”, sollecitazione di “politiche sociali reali, efficaci, lungimiranti, che attivino la comunità, rifiutino l’assistenzialismo, contrastino la povertà, governino gli squilibri del mercato del lavoro”: è nella prospettiva (“il traguardo”) dello “sviluppo umano integrale”  che la Caritas sceglierà di superare una certa autosufficienza che in parte aveva caratterizzato il suo stile di intervento e “lavorare in rete, in alleanza con altri soggetti” (tra cui Banca Etica), con l’obiettivo di “trovare delle alternative all’aumento delle disuguaglianze”, giacché “non può esserci vero sviluppo senza inclusione e coesione sociale, dunque senza giustizia e solidarietà”. Anche la pandemia del 2020-21 è vista come una “lente” attraverso cui guardare il mondo, le cause che l’hanno prodotta e le conseguenze che sta producendo, l’occasione per “far sì che la società che rinascerà al termine della pandemia sia più sicura, più giusta, più umana”.

Risorse, dimensioni, interventi

Il bilancio sociale 2021 è redatto secondo criteri di trasparenza e facile leggibilità. Al centro dell’emergenza c’è in Italia  l’incidenza dei  nuovi poveri (“quasi una persona su due che si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta”), in maggioranza (52%) italiani, per un totale di 1,9 milioni di persone assistite, grazie al contributo di 93mila volontari laici (erano 46mila nel 2010), 1300 religiosi e 833 giovani in servizio civile, con una spesa di oltre 45 milioni (l’82% del bilancio complessivo). “A livello internazionale Caritas Italiana è intervenuta in 85 Paesi” investendo 6,6 milioni in “187 microprogetti in ambito economico, sociale e sanitario e 9 progetti di servizio civile all’estero con 54 giovani in 18 Paesi”. Il resto delle spese (2,9 milioni, poco più del 5%), evidenziate come “costi di gestione”, riguardano innanzitutto  (2,2 milioni) i 41 dipendenti (erano 42 nel 2019), in media piuttosto anziani e tutti a tempo indeterminato

Sul versante delle entrate, il bilancio segnala un forte incremento delle offerte tra il 2019 e il 2020 (da 37,7 a 58,8 milioni) dovuto soprattutto al contributo CEI (oltre 40 milioni, con un aumento di circa 12 milioni). Il resto delle entrate da offerte è rappresentato da specifiche raccolte (10,8 milioni) e da contributi di Enti, Ministeri, istituzioni europee e soggetti privati (4,8 milioni, di cui oltre 400mila dal 5 per mille). Altre entrate significative provengono da canoni di locazione (322mila euro), dalla gestione di lasciti (oltre 500mila) e da altre gestioni finanziarie (342mila).

Fonte: il sito ufficiale di Caritas Italiana: https://www.caritas.it/caritasitaliana/s2magazine/index1.jsp?idPagina=3368

Il bilancio sociale del 2021 è disponibile al link https://www.caritas.it/materiali/bilanciosociale2021/bilanciosociale2021.pdf)

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