Scuola

La paura dell’uomo nero

La quarta parte dell’ampio contributo di Francesco Valecchi, già Direttore Scolastico del I° Circolo di Foligno, è largamente dedicata alla figura di don Lorenzo Milani.”Non è Don Milani - scrive Valecchi- la radice dei mali della scuola italiana, ma la visione classista che ancora orienta la concezione di troppi, l’odio ideologico per la scuola di tutti, il disimpegno politico di tanti governi e il disinteresse di troppi, che ha fatto della scuola la miniera per ricavare soldi con tagli scellerati, fatti passare come sano risparmio di spesa”. La prima, la seconda e la terza parte del saggio sono state pubblicate nei numeri 22, 23 e 24 di Sedicigiugno.

#ascuoladiuguaglianza #contributipedagogici
Di Francesco Valecchi
In foto: La prima edizione di “Lettera ad una professoressa”


Nella civile Italia degli anni sessanta, i novelli grandi sacerdoti, non meno fanatici, ma più raffinati di quelli del Vangelo, avevano condannato il prete inquieto a una croce sicuramente meno dolorosa, ma non meno perfida, che aveva il nome di una località persa tra le montagne toscane, un paese-non paese (case sparse tra i boschi e i campi, una parrocchia nel nulla, senza acqua corrente, senza luce). Come succede spesso ai cristiani inquieti egli seppe però trasformare quella croce, di nome Barbiana, nella sua resurrezione e la sua resurrezione ebbe tanti nomi: Gianni, Carla, Sandro, Lucio …, figli di contadini, operai, artigiani; ragazzi che venivano dalle campagne, dai boschi e dai paesi vicini al suo doposcuola, che iniziava la mattina presto e finiva la sera tardi e in cui, a farla da oggetto pedagogico erano soprattutto la parola e il dialogo. 

In quell’ambiente, sperduto nel cuore del Mugello, Don Lorenzo avviò un’esperienza educativa innovativa e prese forma quello straordinario documento che è a Lettera a una professoressa. Il suo incipit colpisce subito il bersaglio, come un pugno.

Cara signora,

Lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti. 

Io invece (è uno dei ragazzi di Barbiana a parlare; NDA) ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che respingete. Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate.” ([ Scuola di Barbiana; Lettera a una professoressa, cit. pag. 9])

La scuola è sacrificio e ben lo sapevano i ragazzi che andavano alla scuola di Barbiana. Uno di loro disse: -Meglio andare a scuola che a spalare merda.

Don Milani ripeteva ai suoi alunni che è la conoscenza e la capacità d’uso delle parole a fare la differenza tra il ricco e il povero e che l’arricchimento delle risorse lessicali deve fare da sfondo a ogni pratica didattica. 

Il pieno tempo scolastico (introdotto poi, con la legge 820/1971 nelle scuole, come Tempo Pieno), l’insegnamento dei più grandi ai più piccoli o dei più esperti ai meno esperti, la didattica del lessico, anticiparono così molte delle successive riforme e pratiche didattiche della scuola italiana.

A essere educato  deve essere tutto l’uomo. 

Se ti insegnassi solo a disegnare saresti una bestia che disegna e non serviresti né a te né a nessuno. Te invece devi diventare un uomo che disegna” ([ L. Milani; La parola fa uguali. Il segreto della scuola di Barbiana; Libreria Editrice Fiorentina, Firenze (2005); pag. 33]) – disse a uno dei suoi alunni.

I tentativi di ricondurre Don Milani a una visione ideologica da santino laico che, naturalmente, ne sminuisce la portata, o quello di farne la radice dei mali della scuola si scontrano con la realtà dei fatti. 

Don Milani e la Lettera furono macigni gettati nello stagno di certezze ipocrite. Non è un caso se alcuni, senza averne compreso il senso, presero a pretesto il pensiero di Don Milani travisandone il valore con ingenuità e amenità di moda (come il sei politico) e altri lo attaccarono perché intuirono i pericoli politici che si nascondevano dietro la pedagogia di Barbiana: la presa di coscienza e il riscatto degli ultimi, delle classi più emarginate e deprivate, l’attivarsi di quell’ascensore sociale, previsto dalla Costituzione, che consentiva a tutti di accedere all’università e di prendere coscienza di realtà che si volevano tenere nascoste. 

L’accanimento con cui continua a essere attaccata la figura di Don Milani, con calunnie smentite da tempo, ma che fanno sempre comodo a chi, oscurato dalle proprie tenebre ideologiche, predica male e razzola peggio, la dice lunga sulla grandezza di questo cristiano ruvido e indomabile che ha saputo scoperchiare i sepolcri imbiancati dei farisei dei suoi e dei nostri tempi. 

Chi ancora oggi rimprovera a Don Milani di essere stato la radice dei mali della scuola italiana dovrebbe ricordare scomode verità e che tali mali hanno ben altre origini che non quella di aver aperto le porte della scuola media a tutti, ponendo un problema che non si vuol vedere: la selezione degli alunni non può avvenire solo in base a presunti talenti naturali che tali non sono, perché le capacità di apprendimento individuali risentono delle condizioni economiche, culturali e sociali in cui l’alunno è nato e cresciuto.

Non è Don Milani la radice dei mali della scuola italiana, ma la visione classista che ancora orienta la concezione di troppi, l’odio ideologico per la scuola di tutti, il disimpegno politico di tanti governi e il disinteresse di troppi, che ha fatto della scuola la miniera per ricavare soldi con tagli scellerati, fatti passare come sano risparmio di spesa. 

Che c’entra Don Milani con le classi pollaio, le strutture fatiscenti e inadatte, il ritardo nei piani di formazione dei docenti e nel rinnovamento della didattica, il taglio dei tempi pieni, la scarsità cronica delle risorse e degli asili-nido, la rigida e ottocentesca compartimentazione disciplinare, gli abbandoni come risultato di problematiche economiche familiari o di mancata connessione tra generazioni, la perdita di autorevolezza dell’istituzione-scuola, la lezione cattedratica come strumento principe dell’insegnamento, la stentata collegialità educativa del corpo docente (in cui spesso prevale un malinteso senso della libertà d’insegnamento), il rimbambimento mediatico senza (o quasi) un’idea educativa, in cui l’argomentazione politica è spesso sostituita da risse da pollaio, i cui modelli presentati sono individui senza un’idea in testa, vacui o volgari, o il cui più o meno unico messaggio può essere sintetizzato nell’espressione: – Godi e non pensare – (tanto c’è chi pensa per te …) ? 

Ah, dimenticavo, la scuola che piace ai critici di Don Milani è quella dei quiz e delle crocette …Purtroppo il nostro paese sembra essere colpito da una sorta di maledizione, perché anche le migliori idee che ha saputo produrre hanno finito spesso per lastricare le strade dell’inferno.

Il tempo pieno costava troppo e quindi fu ridotto e si smise di alimentarne la portata innovatrice, facendolo diventare un contenitore vuoto. 

Le poche ore di compresenza dei docenti, previste dalla Legge di Riforma della scuola elementare del 1985, che avrebbero dovuto e potuto essere impiegate proficuamente per attività di supporto, interventi personalizzati e aiuto ai ragazzi con svantaggio, furono dirottate, in nome del risparmio, alle supplenze, vanificandone ogni minima possibilità di pianificazione. 

La formazione in servizio dei docenti diventò un diritto, non un dovere. Poi arrivarono i tagli lineari, che presero di mira il welfare e quindi anche la scuola e la situazione, già critica, di strutture e forniture divenne pressoché insostenibile, nel disinteresse colpevole di troppi. 

L’azione innovatrice delle riforme finì, come al solito, per confluire nel pantano delle burocrazie, dei riti consunti, degli slogan dissennati (meno stato, più mercato!) e se ne perse il valore e la misura. 

Fortuna che in questa lunga stagione di guerra alla scuola di tutti, molti insegnanti hanno messo l’elmetto ed hanno continuato, spinti dalla loro passione, a dare il meglio di sé. Dobbiamo a loro e a quelli che, pieni di entusiasmo e di speranze, negli anni del dopoguerra, raggiunsero i più sperduti paesi o località per portare cultura, se il nostro paese è un po’ meno peggio di quello che è. 

La scuola di don Milani, di questo prete che ci ha insegnato a essere laici, come ha detto qualcuno, la scuola del suo modo aspro e duro di fare, la scuola degli svantaggiati dalla sorte, la scuola della parola, dovrebbe diventare, nel ripensamento auspicabile sul valore dell’educazione, che dovrebbe seguire alla guerra contro il Covid, il faro per una scuola inclusiva che non si limiti solo alle chiacchiere o alla propaganda, ma scenda sul terreno delle pratiche pedagogiche e didattiche. 

Per essere espliciti: l’inclusione del bambino in situazione di svantaggio non si fa abbandonando il suo dramma alle classi affollate e alla buona volontà del docente; il riscatto dell’alunno che viene da situazioni familiari disastrose o amorali non può verificarsi senza un sistema di cure (l’I care, mi sta a cuore, di Don Milani) e di educazione affettiva; il ritardo di apprendimento, dovuto a deprivazione culturale e sociale, non può essere colmato senza tempi di apprendimento distesi e percorsi d’insegnamento/apprendimento personalizzati; l’alunno proveniente da altre realtà culturali non si integra con le virtù taumaturgiche della parola “integrazione” ripetuta come un mantra, ma declinando il verbo integrare nelle pratiche formative e istruttive, abolendo i ghetti di fatto e favorendo il dialogo e il confronto. 

La scuola sognata da Don Milani non respinge nessuno, include.

Occorre che, finalmente, si avviino percorsi educativi individualizzati e personalizzati (individualizzazione e personalizzazione non sono, pedagogicamente, la stessa cosa.I processi e i traguardi, nelle attività individualizzate di apprendimento, sono uguali per tutti, mentre  nella personalizzazione sono diversi, secondo le possibilità di apprendimento di  ogni alunno) che, partendo dai nidi d’infanzia, accompagnino l’alunno fino alle soglie della maggiore età e gli diano la possibilità di eliminare le zavorre della sua condizione sociale. 

La valutazione dovrà essere discorsiva, perché i percorsi formativi di ogni alunno dovranno essere per forza diversi, e differenti i processi e i progressi da essere valutati: la scuola non è una corsa in cui vince chi arriva primo. 

Le pratiche di peer education, cioè il tutoraggio dei più grandi e dei più preparati, dovranno quindi diventare prassi didattiche e così i lavori di gruppo, secondo i vari modelli che la ricerca pedagogica ci offre. 

Quando la scuola avrà speso tutte le sue possibilità per il recupero degli svantaggi, dovuti alla condizione sociale e culturale, potrà avvenire, allora sì, la selezione delle competenze. 

La scuola inclusiva ha bisogno di docenti preparati, motivati e coscienti dell’arduo compito sociale che è loro affidato, di reti non formali e informali di supporto, consapevoli del loro compito, di tempi più distesi (il pieno tempo di Don Milani, adattato ad alunni e famiglie del XXI secolo), in cui l’apprendimento possa avvenire anche attraverso quel formidabile mezzo per l’accendersi della motivazione ad apprendere che è costituito dal gioco con gli altri. 


Don Milani tra i suoi studenti.

Tre cose ci insegna ancora la storia di Don Milani: 

a) Che la povertà e la marginalità sono viste con odio (ancora oggi) nel nostro paese, sia da chi ne è uscito, più o meno recentemente, e vuole far dimenticare la sua provenienza per conquistare uno status e sia da chi ne è da sempre lontano e , ignorando le reali condizioni altrui e ogni regola economica, pensa che chi è povero lo sia unicamente per colpa sua. 

 b) Che la scuola richiede forti investimenti e sacrifici, ma che il suo ruolo e il suo valore sono elementi cruciali per lo sviluppo della persona, della società e della democrazia. L’insegnante è il perno di questo sistema, non il rigido burocrate che si limita a registrare chi ha talento e chi no, ma chi s’impegna, con tutte le sue forze, affinché tutti, (tutti!) possano sviluppare al massimo le loro potenzialità. 

c) La società intorno e gli ambienti in cui vive il bambino, non sono qualcosa di altro, rispetto alla scuola e devono smetterla di offrire visioni educative dissonanti in nome di libertà vuote, ma diventare un sistema cosciente, votato all’inclusione e alla cura. 

Qualcuno mi farà notare, a questo punto, di non aver parlato di coloro che hanno talento e che rischierebbero di vederlo compromesso o tarpato dalla presenza di alunni con vari tipi di ritardo, come diceva l’onorevole di cui sopra. Una scuola inclusiva e di cura non solo non taglia le ali ai talenti, ma ne accentua lo sviluppo nei sistemi di peer education, di lavoro di gruppo, nei giochi di ruolo, nei circoli di discussione. Le stesse metodologie, messe in atto dai docenti per abbattere gli svantaggi, se conosciute, rappresentano altrettante, formidabili occasioni di apprendimento.

Inoltre, la vicinanza di alunni di diversa estrazione sociale o culturale o in situazione di svantaggio fisico o psichico mette in condizione, anche chi è stato favorito da doti naturali o da favorevoli condizioni socio-economiche, di sviluppare empatia, atteggiamenti pro-sociali, solidarietà nei confronti degli altri (e, scusate se è poco…), facendo loro capire che il talento non basta per fare di loro grandi uomini. 

Non dobbiamo dimenticare. 

Dobbiamo ricordare di chiederci, ogni tanto, chi siamo e da dove veniamo, senza vergogna e senza la paura di non vederci nello specchio i Narcisi che vorremmo essere per accontentare i nostri Io ipertrofici. Qualche ruga in più o qualche macchia nella pelle ci rende più umani e meno i bambolotti levigati e senz’anima che la società del consumo vorrebbe che fossimo. 

Chi dimentica facilmente è soggetto a commettere gli stessi errori compiuti in passato. 

Buon anno.. 

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