Politica Società

L’accoglienza passa da Sant’Eraclio

Conversazione con Don Luigi Filippucci, parroco di Sant'Eraclio. A cura di Fausto Gentili.

#guerra #pace #noi
Conversazione con Luigi Filippucci a cura di Fausto Gentili
In foto: I locali di Sant’Eraclio


Dialogare con don Luigi Filippucci, parroco di sant’Eraclio, prete di periferia e testimone di un’adesione convinta alla parola di Gesù di Nazareth, è un’esperienza che andrebbe ripetuta di tanto in tanto, per andare al cuore dei problemi e tenersi in esercizio. Perché cita i suoi riferimenti culturali (il cardinal Martini, monsignor Gianfranco Ravasi), ti interroga e ti dice la sua sui temi più diversi, dal rapporto tra religione e fede (anche se sa che tu una fede non ce l’hai) al giudizio sulla deludente  politica cittadina alla drammatica alternativa tra guerra e pace, e non si accontenta di risposte superficiali: se parliamo, sembra dire, vediamo di parlare con spirito di verità. Ero venuto un anno e mezzo fa nella bella, pulita, luminosa sede dell’oratorio per parlare di come fossero riusciti, tra i primi in città, a restituire ai ragazzi una dimensione sociale, cooperativa dopo la dura parentesi del lock down; ci torno ora, in un sabato di maggio che sembra già estate, per farmi raccontare la piccola, significativa esperienza di accoglienza dei profughi ucraini in atto a sant’Eraclio. Gli dico che già nei mesi scorsi Sedicigiugno ha dedicato largo spazio ai temi della guerra e della pace, raccontando la bella manifestazione del 26 febbraio a Foligno e poi la Marcia Perugia Assisi del 24 aprile, e che in questo numero vorremmo provare a dire che cosa si sta facendo per accogliere la povera gente che ha dovuto lasciare casa e affetti a seguito dell’invasione e della guerra. E che vogliamo cominciare, tra i diversi soggetti che operano in città, da una parrocchia. Non una parrocchia qualsiasi, peraltro.

“Che cos’è una parrocchia ? Una casa, una casa tra le case. E’ naturale, allora, che da qui, da questa casa di tutti, si guardi a chi la propria casa ha dovuto abbandonarla o non l’ha più. Ci sono le istituzioni, certo, ed è giusto che facciano la loro parte. Ma c’è anche una questione di affetti, di fraternità, che va oltre il termine un po’ generico di “accoglienza”. Certo è disastroso che, per abitare insieme una casa comune, sia necessario passare attraverso una storia di distruzione, di negazione di libertà e di diritti. Che poi, lo sai, non è la prima:  ora si tratta dell’Ucraina, ma ci sono un numero imprecisato di altre guerre, nel nostro pianeta, e tutte interpellano la nostra responsabilità, e la disponibilità ad essere “casa tra le case”. Qui a Sant’Eraclio, ci tengo a dirlo, non eravamo impreparati. Già qualche mese fa, a Natale, molto prima di quest’ultima guerra, avevamo cercato di promuovere un atteggiamento di apertura: se vai a piazza Antonio Fratti  ci trovi uno striscione che dice “apriamo Sant’Eraclio”. Perché certo, se non ti apri non puoi pensare di accogliere davvero qualcuno. D’altra parte non è solo il Vangelo, è anche la Costituzione a condannare la guerra e proporre un approccio diverso”.

Il racconto poi, mentre ci raggiunge Ivana Vitali Roscini, storica e preziosa collaboratrice di don Luigi, scivola sul concreto dispiegarsi degli interventi di accoglienza. C’era una signora ucraina, mi dicono, una badante, che si trovava nella necessità di dare una mano a parenti in fuga dalle bombe: lei non sapeva come aiutarli, si è rivolta alla famiglia presso cui lavora, questa a sua volta ha cercato la parrocchia, e il parroco ha fatto appello alla comunità.

“In concreto è successo che ci siamo sentiti interpellati, non tanto dalle istituzioni, dalla politica, quanto da ciò che già c’era nel nostro territorio: le persone in carne e ossa, le loro relazioni. Il movimento è partito da questa sollecitazione: “dal basso”, si sarebbe detto una volta. Nel frattempo anche la Caritas diocesana si era attivata, e nel giro di un paio di settimane siamo stati in grado, a partire da quella famiglia, di accogliere a Sant’Eraclio una ventina di persone che erano riuscite ad attraversare tutte le frontiere e venire fin qui, a cercare un po’ di pace. Tra loro una bambina che ci ha molto colpito, perché sobbalzava  spaventata al minimo rumore”.

Chiedo se tra loro ci siano anche uomini adulti (no, rispondono, solo donne e bambini) e se sia stato difficile mettere in moto, su due piedi, l’accoglienza, ma mi dicono di no: la parrocchia già disponeva, da tempo, di un appartamento, una “casa della carità” utilizzata saltuariamente per far fronte a situazioni di emergenza abitativa, famiglie sfrattate o comunque bisognose di una sistemazione temporanea. Una casa decorosa, arredata con semplicità ma con mobili nuovi e completa di tutto.

“L’abbiamo destinata ad una famiglia ucraina di otto persone: una signora non più giovane che da tempo lavora in Italia e parla l’italiano, più due mamme e cinque bambini. Abbiamo sbrigato le pratiche burocratiche, le vaccinazioni, ecc. e  provvediamo noi, con i fondi della parrocchia e il contributo dei paesani, al pagamento delle utenze, mentre per il cibo sia loro che gli altri due gruppi, ospitati presso famiglie di sant’Eraclio, fanno riferimento all’Emporio solidale della Caritas. SI vorrebbe  anche aiutarle nella ricerca di un lavoro, ma ci sono difficoltà amministrative e di legge: la signora più anziana ha il permesso di soggiorno illimitato ma le due donne più giovani hanno ottenuto solo l’altroieri (12 maggio, ndr) il permesso temporaneo. Loro avrebbero voglia di contraccambiare, di sdebitarsi in qualche modo e vengono, qualche volta, a dare una mano”.

Faccio presente che, per avere il permesso, due mesi  sono un tempo straordinariamente breve, visto che c’è gente che fugge da guerre altrettanto sanguinose ma meno presenti nei media e deve aspettare anni, e mi spiegano che si è trattato di un caso fortunato: diverse famiglie che avevano l’appuntamento per la pratica sono tornate in Ucraina e così si sono liberati dei posti, qualcuno ha potuto risalire la fila. Ma certo si tratta comunque di procedure non ordinarie, non dei normali tempi d’attesa cui i migranti devono sottostare. E’ abbastanza chiaro che in questo caso si è venuta creando una certa sensibilità, un diverso spirito di accoglienza, Chiedo allora se, nei confronti di questi particolari profughi, anche loro abbiano colto, nella comunità locale, una simpatia più pronta, meno diffidente di quella in genere riservata a rifugiati dalla pelle più scura. La risposta è piuttosto articolata.

Può darsi. Ma il punto è un altro: l’accoglienza funziona se c’è unità, se le istituzioni, la politica, l’opinione pubblica, le associazioni si muovono tutte in una stessa direzione; se non c’è chi fa dell’accoglienza un’occasione di divisione e discriminazione. E poi qui il terreno era abbastanza preparato: sia, come dicevamo prima, dall’iniziativa di Natale (“apriamo Sant’Eraclio”), sia per il fatto che alcuni collaboratori della parrocchia sono personalmente impegnati nelle strutture dell’accoglienza, dall’ARCI alla Caritas. C’è anche il fatto che  si tratta di una soluzione temporanea. Una delle tre famiglie ospitate qui a Sant’Eraclio è già ripartita, e anche le altre non hanno un progetto di vita legato all’emigrazione: sono donne giovani, più giovani, in media, delle signore immigrate in Italia per fare le badanti, e vogliono tornare a casa, anche perché gli uomini sono rimasti lì: Degli uomini sappiamo poco, le donne ne parlano con molta discrezione o non ne parlano affatto. Sono molto prudenti anche nei contatti telefonici, a volte sembra che parlino in codice. Si capisce insomma che lì è  in corso una guerra, un’occupazione militare, non una situazione normale, e che c’è grande preoccupazione”.

Chiedo dei bambini. Mi dicono che i più piccoli frequentano la materna, mentre i più grandi non vanno a scuola qui da noi, dove peraltro non capirebbero la lingua, giacché frequentano lezioni dall’Ucraina, tenute  in Didattica a distanza. Ma i bambini, mi dicono, sono molto sereni: E sanno organizzarsi.

“Hanno i cellulari e quando vengono qui a giocare incontrano  bambini di ogni parte del mondo, italiani, marocchini, albanesi, ecc. All’inizio restano sorpresi, non si aspettavano questa varietà di culture e di lingue, ma poi trovano sempre il modo  di comunicare. In parte nel linguaggio universale del gioco, il pallone soprattutto, in parte sfruttando il traduttore simultaneo del telefonino. Quando qualcuno dice una parola che non conoscono non è che si rivolgono alla nonna, che l’italiano lo sa: se la vanno a cercare nel telefonino. Dopodiché la gente passa e vede, e i bambini (anche i bambini italiani) tornano a casa e raccontano, e tutto questo aiuta a creare un certo clima, a scoprire un’umanità di cui poco si sapeva. Si ripete, in parte, quello che già era successo venticinque anni fa, ai tempi del terremoto, quando tante persone finirono nei villaggi prefabbricati, gomito a gomito con gli immigrati, e all’improvviso ci si accorse che questi, che erano rimasti invisibili, erano da tempo nostri concittadini”. 

Ci lasciamo ragionando sul futuro: c’è attenzione, dice don Luigi, e  va valorizzata. Bisognerà trovare il modo per darle seguito con incontri, inviti, occasioni di conoscenza reciproca, a partire dai ragazzi dell’oratorio. E poi, suggerisco, la guerra prima o poi finirà. Doveva essere una battuta conclusiva, e invece dà inizio  ad un’altra conversazione, che parla di errori, di crimini, di  papa Francesco, delle occasioni perdute e dell’Europa che non c’è o non fa ciò che sarebbe lecito aspettarsi. Ma questa è un’altra storia.

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