Lavoro Teatro e Cinema

Un passo avanti, ma non è finita

Marco Cacciola, attore e regista milanese-piacentino, molto attivo negli scorsi mesi nella mobilitazione dei lavoratori dello spettacolo come rappresentante del sindacato Slc/cgil e del movimento nazionale Attrici Attori Uniti, era qualche giorno fa a Foligno, presso lo Spaziozut, con la sua performance Farsi silenzio: un work in progress ormai al suo quarto anno di circuitazione, una intensa riflessione sul sacro e sul silenzio, cui gli stessi spettatori sono invitati a contribuire, al termine dello spettacolo, con riflessioni personali. Abbiamo approfittato della sua presenza in città per intervistarlo a proposito del disegno di legge-delega approvato dalle Commissioni riunite Cultura e Lavoro del Senato, che dispone il riordino degli strumenti di welfare in favore dei lavoratori del settore. Il provvedimento, una volta licenziato dall'aula del Senato, passerà all'esame della Camera dei Deputati, ma è già salutato da più parti come un successo della mobilitazione promossa a seguito dei drammatici effetti che la pandemia ha indotto sulle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori dello spettacolo, di cui Sedicigiugno si è occupato a più riprese.

#lavoro #lavoratoridellospettacolo
Intervista a Marco Cacciola, a cura di Fausto Gentili
In foto: Marco Cacciola


Buongiorno, Marco. Qualche tempo fa – era l’ottobre del 2020, primo timido tentativo di ripartenza dopo la micidiale ondata di pandemia dei mesi precedenti-  Michelangelo Bellani ti intervistò per questo giornale (Le voci di dentro della ripartenza, https://sedicigiugnofoligno.it/2020/08/31/le-voci-di-dentro-della-ripartenza/) e il quadro che tracciavi era sconsolato: la ripartenza annunciata appariva “più un miraggio che una realtà”, e la timida ripresa che si delineava finiva per premiare “ pochi nomi celebri”, mentre il grosso dei lavoratori dello spettacolo restavano “al di sotto della soglia di galleggiamento”. Quanto al movimento di lotta che finalmente si era messo in moto, ne coglievi gli aspetti positivi (“non si è mai vista una volontà così forte”) ma anche i limiti (“l’unità di categoria è un’utopia”). Un anno e mezzo dopo, le cose vanno meglio ?

In effetti, ero un po’ scorato. Io ho scelto, da molto tempo , un approccio non ideologico: mi sono impegnato sia nel sindacato SLC-CGIL che in numerosi, diversi tentativi di diversi tentativi di mobilitazione dal basso: da Macao all’occupazione del Teatro Valle a Roma, alla partecipazione nei coordinamenti di lavoratrici e lavoratori. E’ stata, negli anni, un’esperienza fatta di accensioni e spegnimenti, con i limiti che sempre finiscono, prima  o poi, per emergere nelle esperienze di autodeterminazione (personalismi, leaderismi, delega, ecc., che poi sono i limiti della democrazia). Aggiungi che da una trentina d’anni si parlava di una riforma del settore che, al di là della propaganda ministeriale, non prendeva mai corpo, e che nel frattempo si veniva concretizzando una vera e propria moria: fatti i conti, abbiamo oggi, nel settore, 55 mila lavoratori in meno, e quelli che invece riescono a lavorare pensano appunto a lavorare, in condizioni che sono ulteriormente peggiorate: le proposte di ingaggio sono tutte al ribasso, e così rare che è difficile dire di no. Il quadro attuale è che pochi lavorano moltissimo, tanti lavorano pochissimo e 55mila non lavorano più. In conclusione, In conclusione, a dare continuità al movimento sono rimasti in pochi. In compenso, si sono impegnati molto: a settembre siamo finalmente riusciti a mettere insieme una sorta di “coordinamento dei coordinamenti” (il Coordinamento settembre), e qualcosa è maturato. 

Segnalavi, in quell’intervista,  quello che chiamavi “l’ assordante silenzio delle istituzioni”: anche l’audizione in Senato, cui tu stesso avevi partecipato, ti sembrava destinata a lasciare  il tempo che trovava. 

Qualcosa, ti dicevo, è cambiato negli ultimi tempi. Anche, va detto, grazie all’impegno – tra gli altri – della senatrice Nunzia Catalfo (Ministra del lavoro tra il 2019 e il 2021 e ora relatrice della Commissione Lavoro del Senato), che si è resa conto della necessità di rimediare al vuoto di tutele che caratterizza il settore. Non pensare, però, che vada tutto bene: il cosiddetto “Bando cultura” del Ministero prevedeva  aiuti e risarcimenti (del tipo di quelli destinati ai lavoratori autonomi), ma il tempo per le domande scadeva a dicembre, siamo a maggio inoltrato e ancora non ha distribuito un euro.

Sempre in quell’intervista giudicavi “prioritaria la riforma del welfare dello spettacolo dal vivo”, riforma che ora sembra in dirittura d’arrivo. Il testo approvato nei giorni scorsi dalle commissioni del Senato ha suscitato commenti positivi, a tratti persino entusiastici. Cito dall’agenzia Ansa: Per Manuel Agnelli, è “una piccola rivoluzione”, per Vittoria Puccini, ”una grande conquista per tutti i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo”, per Diodato, ”un passo importante e deciso verso la reale comprensione di questo lavoro e quindi verso le tutele necessarie”. Ed anche nel sito del tuo sindacato se ne parla come di “un passo avanti decisivo per realizzare il provvedimento cardine della riforma dello Spettacolo”. Tu hai firmato, qualche tempo fa, un testo molto critico – sottoscritto da centinaia di lavoratori dello spettacolo –  sul poco o nulla che veniva maturando, ora invece sembrano a portata di mano almeno alcune delle vostre richieste principali. C’è dunque stata, finalmente, una svolta ? 

Per ora si tratta di proclami, staremo a vedere che cosa si concretizza. Ma qualcosa di nuovo c’è, in particolare sull’indennità di discontinuità e lo sportello unico. C’è stata una battaglia di emendamenti (il testo iniziale era molto arretrato) che ha coinvolto sia i relatori che i presidenti delle Commissioni parlamentari ed ha cambiato l’impostazione iniziale del Ministero: dal SET (sostegno economico temporaneo, espressione infelicissima che faceva pensare ad una sorta di elemosina) si è passati ad un’indennità di discontinuità, sul modello francese, che tiene conto in modo permanente del carattere discontinuo del nostro lavoro. Naturalmente bisognerà vedere come i decreti attuativi tradurranno i principi in norme e istituti sia per quanto riguarda i parametri per accedere all’indennità sia per capire quali figure vi saranno ammesse: solo gli artisti o anche i tecnici inclusi nel cosiddetto gruppo B ?

L’altro tema del confronto è stato lo Sportello previdenziale (all’interno dell’INPS) che – se abbiamo capito bene – consentirebbe anche a datori di lavoro non appartenenti al mondo dello spettacolo di versare contributi anche per prestazioni occasionali. 

Su questo il miglioramento purtroppo non è arrivato. I datori di lavoro, diciamo così, occasionali (il privato che ti chiede di suonare a un matrimonio o il Comune per cui devi montare un palco) non hanno il codice che permette di pagare i contributi per i lavoratori dello spettacolo che assumono occasionalmente nella loro cassa di riferimento, l’ex-enpals. Lo sportello unico avrebbe potuto appunto risolvere questa anomalia, ma in realtà non è così: lo sportello rimane un “contenitore” che raccoglie dati e li trasmette all’INPS, ma non uno strumento reale di assunzione e versamento contributi.

E adesso? La legislatura sta per finire…

Il prossimo passaggio sarà al Senato e credo sarà veloce, poi sarà la volta della Camera dei deputati, e staremo a vedere. Anche lì c’è qualche parlamentare che ha seguito con attenzione le nostre rivendicazioni, penso  ad Alessandra Carbonaro, a cui si deve l’Indagine conoscitiva della Camera che ha fatto scoprire a molti parlamentari come funziona il mondo dello spettacolo dal vivo,  oppure a Nicola Fratoianni. Dopodiché l’approvazione della legge delega non risolve la questione, perché si tratta appunto di una delega e per concretizzarsi ha bisogno di almeno altri due passaggi:  i decreti attuativi (tutt’altro che una formalità, il giudizio definitivo dipende appunto da quello che ci sarà scritto) e la legge di bilancio, che definirà, di anno in anno, le risorse da mettere in campo. Una questione fondamentale: pensa, se vuoi farti un’idea, che ora si ragiona su 40 milioni e invece ne servirebbero 200.

Non sembra una gran cifra.

Decisamente no. Tanto più se pensi al bonus monopattino oppure al fatto che per l’aumento delle spese militari si parla tranquillamente di 13 miliardi in più ogni anno!

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