Cultura Scuola

Sfida il vento, abbassa il volume, evita le buche della strada e torna a Delfi

Riflessioni sul libro "Pensieri lenti e veloci" di Daniel Kahneman, a cura di Francesco Valecchi.

#contributi pedagogici
Di Francesco Valecchi
In foto: Pensieri Lenti e veloci – Daniel Kahneman


“Ecco il giudicio uman come spesso erra!” 

(L. Ariosto, Orlando Furioso, canto I, ottava VII, verso 2)

Diversi anni fa ricevetti l’incarico di condurre un corso di formazione per un gruppo di vincitori di concorso per l’insegnamento nelle scuole primarie (che allora si chiamavano ancora elementari). Avevo il compito di approfondire con loro le teorie e le tecniche relative all’elaborazione di un curricolo e al controllo delle attività didattiche. 

Nei primi incontri avevo fatto cenno ai sistemi di programmazione, all’uso delle tassonomie, alle procedure per la definizione degli obiettivi lineari e mi ero soffermato, in maniera particolare, sull’esigenza di giungere a descrizioni corrette in vista delle fasi di verifica e valutazione. In uno degli incontri successivi mi ero riproposto di aprire un dibattito sulla necessità di dover elaborare una griglia di correzione per la valutazione di esercizi a risposta aperta, come i temi, i riassunti, le relazioni ecc.. Proposi pertanto al gruppo di valutare lo svolgimento di un temino, sviluppato da un’alunna di quarta elementare che, in linea con la traccia proposta, aveva inventato un dialogo tra lei e il suo gattino. Lo svolgimento era abbastanza coerente, tutto sommato piacevole, ma conteneva alcuni errori ortografici ed era scritto in maniera un po’ disordinata e con una calligrafia piuttosto brutta (in quarta elementare succede che gli alunni cambino modo di scrivere e tendano a redigere frasi in micro-lettere o a zampe di gallina). 

Diedi pertanto ai neo insegnanti una fotocopia del testo, la consegna di correggerlo individualmente e di assegnare a esso un voto da 1 a 10. Al termine ognuno scrisse il voto, che aveva dato, alla lavagna. Man mano che i punteggi venivano trascritti, l’aula si riempiva di un mormorio sempre più alto: i voti andavano da 7 meno a 4.

Il dibattito, che fece seguito alla correzione, servì a mettere in evidenza i criteri che avevano guidato ognuno all’attribuzione del proprio voto. Venne fuori che c’era chi aveva dato maggiore risalto alla coerenza e alla creatività del testo, chi aveva fatto pesare, nel suo giudizio, gli errori di ortografia o la cattiva calligrafia, chi aveva ritenuto troppo breve il componimento ecc.. Ci fu anche chi fece notare che non conosceva la bambina e che quindi non era in grado di definire se il testo rappresentasse un progresso o un regresso rispetto alle sue potenzialità e alle sue altre prove.

La discussione, che seguì all’esplicitazione dei voti, si concluse con il consenso unanime su un fatto: per ridurre la discrezionalità dei valutatori era necessario definire con maggiore precisione i criteri relativi alle loro attese. In sintesi, si potrebbe dire che il valutatore dovrebbe avere ben chiaro che cosa vuol valutare in un testo e, siccome il tema è un testo a risposta aperta, che richiede quindi più voci da valutare, occorrerebbe precisare a monte quale valore assegnare a ogni voce: ortografia, costruzione della frase, coerenza del testo, ricchezza lessicale, calligrafia ecc.

Naturalmente, nel caso riportato, il giudizio dei valutatori dipendeva da fattori individuali e ognuno aveva assegnato il proprio voto sulla base delle proprie convinzioni personali in merito alle priorità da far valere nell’attribuzione del punteggio, ma il problema della discrezionalità delle decisioni personali ha una ben più vasta portata e investe ogni aspetto della vita umana, perché i giudizi sono espressione di convinzioni e spesso predispongono all’azione, con tutte le conseguenze che ora cercheremo di focalizzare.

Quello che sembrerebbe un problema legato soltanto alla scuola e alla valutazione, pure importante, non è in realtà che la puntina di un iceberg gigantesco che riguarda tutto l’uomo, in ogni sua espressione e che quindi coinvolge, in maniera profonda, ogni aspetto della vita sociale.

David Kahneman, Premio Nobel per l’economia nel 2002, nel suo ultimo libro (scritto con O. Sibony e C.R. Sunstein).) e intitolato “Rumore” (ed. UTET, Milano, 2021), riflette sugli effetti dei giudizi umani nel campo della legislazione (ma anche dell’economia, delle imprese, nella vita di tutti i giorni ecc.):

“Poniamo che qualcuno venga condannato per aver commesso un reato – taccheggio, possesso di eroina, violenza privata o rapina a mano armata. Quale pena dovrà scontare?

La risposta a questa domanda non dovrebbe dipendere dal giudice a cui viene assegnato il caso, dalle condizioni meteorologiche di quel giorno o dal risultato di una partita di football giocata il giorno prima. Sarebbe vergognoso se tre persone condannate per lo stesso reato ricevessero una pena radicalmente diversa: libertà vigilata per il primo, due anni di reclusione per il secondo, dieci anni per il terzo. Eppure questo avviene in molte nazioni, e non solo nel passato, ma ancora oggi.” (Rumore, cit. pag. 19).

È assurdo, riflette Kahneman, che i giudizi, in qualunque campo debbano essere emessi da coloro che sono deputati a farlo, dipendano da fattori non legati all’evento o alla cosa da valutare, ma da elementi come il colore della pelle, il sesso, l’etnia, l’età, ma anche da motivi come la stanchezza, i problemi privati, lo stato d’animo del momento del valutatore ecc. 

Eppure è così, come le ricerche in proposito hanno ampiamente dimostrato.

Cos’è il rumore di cui parla Kahneman e perché il campo da cui emerge deve essere riconosciuto per diventare un’emergenza educativa di primaria grandezza? Perché dobbiamo abbassare il volume nelle nostre menti e sviluppare ed esercitare le nostre capacità logiche per impedire che il frastuono ci induca a compiere errori che coinvolgono settori come la nostra condotta morale, ma anche le nostre e le altrui scelte e qualità di vita?

Andiamo per ordine cercando di spiegarlo nella maniera più chiara possibile. 

Premetto che ciò di cui sto per parlare riguarda una dimensione che si sta appena aprendo in campo pedagogico, anche se qualcuno dirà: “Lo abbiamo sempre fatto”, – che è lo slogan preferito da chi non si vuole impegnare in altre strade al di fuori di quelle che ha sempre percorso, in cui di solito si avventura e che gli appaiono, per questo, relativamente sicure.

Il grande filosofo e psicologo americano William James, più di cento anni fa, aveva rilevato che la mente umana possiede una tendenza innata a costruire storie. Il modo di conoscere dell’uomo si esprime quindi in due dimensioni: quella narrativa e quella argomentativa.

La dimensione narrativa tende a costruire la realtà esteriore e interiore dell’uomo secondo criteri come la messa in sequenza temporale (prima-dopo) e causale (perché accade?) degli eventi e la verosimiglianza nella interpretazione di essi: tutto deve avere una spiegazione ed io devo darne una credibile a ciò che mi accade intorno. Il guaio è che, spesso, la nostra mente si accontenta di ciò che appare, non di ciò che è reale o logico. L’uomo racconta e si racconta: racconta agli altri per dare informazioni, insegnare, comunicare eventi e stati d’animo ecc, ma racconta anche a se stesso per attribuire spiegazioni al mondo dei fatti che gli accadono intorno o … dentro.

La dimensione argomentativa si fonda sul ragionamento, sulle pratiche della scoperta, ma anche sulla corretta formulazione della teoria e sugli aspetti oggettivi dell’esperienza (Aristotele, Logica). Accanto al pensiero narrativo, l’uomo ha quindi sviluppato un pensiero logico fondato o, che dovrebbe essere fondato, sugli aspetti oggettivi dei fenomeni, sul pensiero matematico ecc..Quello narrativo e quello logico-argomentativo sono due modi con cui la mente ha cercato di dare ordine e significato a ciò che gli sta o che avviene intorno o dentro di essa: le cose, i fatti, ma anche le sensazioni, le emozioni, le impressioni, ecc.. Queste due modalità si sono forgiate nella mente umana nei milioni di anni della sua storia evolutiva quando, per esempio, un rumore nel sottobosco poteva fare la differenza, per la piccola scimmia arboricola da cui discendiamo, tra la vita e la morte.   

Prendiamo, ad esempio, un fatto avvenuto milioni di volte in una qualsiasi foresta preistorica. La piccola scimmia sta cercando cibo. A un tratto sente un fruscio nel sottobosco (stimolo). Immediatamente la sua mente si attiva sulla base di fattori innati o di esperienze precedenti: interpretazione = possibile predatore in agguato. All’interpretazione segue una decisione immediata = fuga. Questo schema elementare è una sorta di antesignano del racconto. 

La mente narrativa dell’uomo è quella che si è sviluppata per prima ed è nata così, utilizzando all’origine il circuito del cervello più semplice, quello che sempre Kahneman, nel suo altro testo, Pensieri lenti e veloci (editore Mondadori, Milano, 2012), chiama Sistema 1. Vicino a noi avviene un fatto che rompe gli equilibri di tranquillità in cui era la nostra mente. Immediatamente si attiva un meccanismo mentale che, in pochi attimi, dà un’interpretazione che stimola all’azione immediata. Il ricordo di ciò che è avvenuto diventa poi schema di racconto in cui gioca un suo ruolo l’emozione provata in quel momento. 

Il pensiero umano è, per natura, portato all’interpretazione, al giudizio, alla decisione sui passi da compiere in conseguenza di un fatto. Il guaio, fa notare Kahneman, è che si dà per scontato un principio, che in sé è falso: quello che la gente è per lo più razionale e il suo pensiero sensato e che le emozioni, come la paura, l’affetto e l’odio spieghino quasi tutti i casi di deviazione dalla razionalità. In realtà il pensiero umano agisce in due fasi:  una velocissima e un’altra molto più lenta, riflessiva e impegnativa, che spesso risente di ciò che è avvenuto nella fase uno. Il Sistema 1 opera in fretta, spesso automaticamente, con poca o nessuna forza: sono le impressioni e le sensazioni che sono sorte originariamente e spontaneamente e costituiscono le fonti principali delle convinzioni esplicite e delle scelte.

Il sistema 2 utilizza strutture mentali che richiedono una focalizzazione e uno sforzo, come i calcoli complessi, ma spesso si lascia influenzare dal Sistema 1. Questo è più lento e può, se opportunamente esercitato, elaborare pensieri articolati e più vicini alla realtà. 

I due sistemi, evidenziati da Kahneman, sono specifici meccanismi attivi nel cervello umano, uno veloce e automatico, uno riflessivo (più pigro, che richiede uno sforzo mentale), il Sistema 2: sistema illuminato e orientato (o che almeno dovrebbe essere illuminato e orientato) dalle capacità riflessive e dalla logica. 

Il pensiero automatico si serve, per operare velocemente, di piccoli pacchetti narrativi, euristici (ipotesi), che vengono applicati velocemente, come una sorta di copia-incolla mentale, per dare spiegazioni e giudicare fatti o cose. Questi pacchetti di informazioni con cui leggiamo, interpretiamo, giudichiamo il mondo e che ci sono trasmessi dalla nostra storia evolutiva o dalla nostra cultura contengono però degli errori che sviano il giudizio umano verso conclusioni affrettate, spesso errate e fuorvianti. Kahneman chiama queste vere e proprie buche sulla strada della vita, bias, cioè storture o errori sistematici. Egli mette in guardia contro la loro pervasività, invadenza e prevaricazione sul Sistema 2. 

Lo studioso americano Buster Benson ha individuato circa 200 di questi errori, disponendoli in una infografica molto esplicativa ( “Pigrizia cerebrale”, pubblicata alle pagg. 40 – 41 del numero 68 della rivista BBC Scienze, ma facilmente rintracciabile anche in rete). Essi pervadono la nostra vita e le nostre narrazioni di ogni giorno, senza che ce ne rendiamo conto e attribuiamo ad essi una patente di verità che, naturalmente, non posseggono. 

Benson raggruppa questi bias, o cortocircuiti mentali, in quattro grandi categorie:

a) Quando le informazioni provenienti dal mondo esterno sono troppe (sovrabbondanza di dati);

b) Quando ci si trova alla presenza di situazioni il cui significato ci sfugge;

c) Quando si è nella necessità di agire rapidamente;

e) Quando si deve effettuare una scelta tra le cose utili da ricordare. 

Se il nostro cervello è tempestato da un’enorme quantità di elementi che provengono sia dal mondo esterno sia dal suo mondo interiore (memoria, disposizioni mentali, emozioni ecc.), occorre effettuare una scelta che deve avvenire, in molti casi, nel più veloce dei modi possibili per risparmiare tempo ed energia, dice Buster Benson. Tale velocità, che spesso diventa pigrizia, perché l’attivarsi del Sistema 2 richiede tempo e risorse psichiche, si fonda su artefatti mentali che portano a errori di giudizio, spesso eclatanti o distruttivi. 

Per esempio, appartiene alla prima categoria uno dei bias più pervasivi (detto Bias di conferma), che consiste nel fatto che tendiamo a dare la priorità solo ai dati che si accordano con le nostre convinzioni pregresse. 

Tra i bias della seconda delle categorie, elencate da Benson (su cui contano i produttori seriali di fake news), dobbiamo fare i conti con il cosiddetto Effetto carrozzone, vero e proprio cortocircuito mentale, che avviene quando si preferisce seguire le idee altrui a scapito delle proprie. Così fan tutti o così la pensano tutti è lo slogan (bias del Così fan tutti), ripetuto dai pigri seguaci di idee preconfezionate e da chi preferisce seguire la corrente piuttosto che impegnarsi a ricercare e studiare per farsi una propria idea, che potremmo portare ad esempio della terza specie di bias.

Il fenomeno del backfire effect – effetto del ritorno di fiamma – (esempio di errore sistematico della quarta categoria) può essere studiato anche semplicemente seguendo un dibattito in TV. Quante volte assistiamo a confronti in cui uno dei due protagonisti ha palesemente torto e però si sforza di dimostrare di aver ragione con mille cavilli, attacchi alla persona e ragionamenti tortuosi con l’unico scopo di prevaricare l’altro? In simili discussioni, in cui la verità dei fatti cede il passo alla competizione esasperata e distruttiva, viene negata ogni possibilità di dialogo costruttivo e di composizione di conflitto in nome dei propri pacchetti preconfezionati e dogmatici di idee.

Pregiudizi, stereotipi, truismi culturali (verità che ci appaiono ovvie e indiscutibili), conformismo, l’infantile speranza in un capo, (in un uomo forte, in un matto-castigamatti che risolva tutti i problemi, pensi per tutti al posto di ciascuno), pure in presenza delle tante tragedie della storia che tali errori e infatuazioni hanno creato, sono lì a testimoniarci che gli sbagli del passato sembrano non averci insegnato niente. Quel sottobosco, fatto di errori, storture di giudizio, trappole mentali è lì sotto, nascosto nella nostra mente e, spazzato dal vento degli eventi o degli stimoli mentali, produce quello che Kahneman chiama Rumore

È questo rumore a esercitare la sua influenza sulle nostre decisioni, previsioni e valutazioni e a mettere in discussione la qualità e validità dei nostri giudizi. Tale rumore può essere occasionale, come nel caso dei giovani docenti impegnati nella correzione di un compito, ma può diventare anche sistemico, come nella diversità di giudizi espressi da giudici impegnati a decidere sullo stesso caso, oppure predittivo, quando si presume di aver certezze su ciò che avverrà senza tenere conto di alcune o molte variabili.

Il rumore fa da colonna sonora alla nostra vita, impedendoci spesso di vedere la realtà delle cose, sviando i nostri giudizi, e orientando le nostre azioni.

L’educazione, finalizzata alla riduzione del rumore e dei bias, dovrà acquisire un sistema di tecniche, in gran parte da inventare, per sviluppare quella che Kahneman chiama igiene decisionale della mente di ognuno. Tenuto conto che il rumore e i bias non saranno mai eliminati del tutto, è fondamentale riconoscerne la presenza costante nei nostri giudizi e nelle nostre pratiche quotidiane. L’igiene decisionale può avere un suo potenziamento attraverso percorsi che individuino la pervasività dei bias e del rumore, ma anche dando rilievo allo sviluppo delle capacità narrative, descrittive, all’argomentazione sostenuta dalla logica e, come raccomandato da Kahneman, dall’acquisizione di forti competenze nelle capacità di stima e nella statistica. L’accesso ai territori sconosciuti del mondo delle emozioni e degli schemi mentali dovrà costituire allora il muro da abbattere per accedere a un’educazione che faccia, come dice Morin, della conoscenza degli errori e delle illusioni, che insidiano la ragione umana (prendendo ad esempio i tanti orrori della storia), la strada per condurre a una nuova umanità. 

La ricerca sui bias si va allargando sempre di più, rivelando uno sconcertante e inquietante sottobosco della natura umana in cui la ragione, di cui siamo fieri, si rivela come una cittadella assediata che forze micidiali tendono, e il più delle volte riescono, a espugnare. Il fatto che accanto alla ragione umana convivano dimensioni o forze come le sensazioni, le emozioni, le immagini mentali ecc., è stato a lungo trascurato dall’educazione che ha pensato, illudendosi, che curando solo la parte dello sviluppo fisico e cognitivo si sarebbero risolti i nodi formativi della complessità umana. Dobbiamo tenere conto, ad esempio, che sul ricordo, come del resto su molti altri fattori della vita umana, incidono sia la misura del coinvolgimento emotivo, dei condizionamenti culturali e ambientali, sia gli stimoli di ciò che ha lasciato traccia, più o meno conscia, nella nostra memoria. Come spesso succede nell’uomo, la sua dimensione emozionale invade gli spazi che dovrebbero essere riservati alla logica e all’argomentazione guidata del ragionamento. Spesso, come nel bias di conferma, operiamo una modifica inconscia del ricordo per renderlo adeguato a ciò in cui crediamo attualmente.

Kahneman e gli altri studiosi hanno trovato le chiavi per aprire le porte per un mondo nuovo, quello che dovrebbe avere, come sua stella polare, l’igiene delle decisioni (e quindi delle pratiche e dei giudizi). In attesa di vedere trasformate in didattica le indicazioni di Kahneman proponiamo di indicare, come prime tracce, la conoscenza dei bias, delle tipologie del rumore e delle rappresentazioni euristiche dell’uomo.“Tornare a Delfi” significa ricominciare a far diventare principio e fine dell’educazione l’ammonimento scritto sul frontone del tempio di Apollo, sede del famoso oracolo (oracolo di Delfi), e fatto proprio dall’insegnamento di Socrate: Conosci te stesso (che, però, non può fare a meno della conoscenza degli altri).

Intanto possiamo iniziare con un esercizio. Guardate attentamente il film di Sydney Lumet, La parola ai giurati, Angry Men, 1957, (dove dodici giurati devono raggiungere l’unanimità sulla condanna, probabilmente a morte, o sull’assoluzione di un ragazzo accusato dell’omicidio del padre) e provate a elencare bias e rumore dei protagonisti.

Buon lavoro. 

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