Scuola

Come si fa? Maestri e pratiche educative (1)

Lo psichiatra americano Daniel Segel: l'integrazione e le SPIE della mente. A cura di Francesco Valecchi

#ascuoladiintegrazione
Di Francesco Valecchi
In foto: Il cervello nel palmo della mano


Educare senza indottrinare è bello, ma come si fa? Com’è possibile? Esistono pratiche che possono indicare nuove strade alla pedagogia contemporanea per proiettarla in un futuro che non diventi il teatro di qualche nuovo incubo? Il Novecento, il secolo breve (che in realtà sembra non finire mai), veramente non ci ha insegnato nulla che eviti di farci commettere nuovi, drammatici errori dettati dalle follie ideologiche o dalle illusioni massificanti? Vedremo, utilizzando esempi e pratiche, che il terreno pedagogico esiste già ed è pronto a far crescere il fiore di una nuova umanità che impari a porsi domande e a darsi risposte, evitando le pericolose scorciatoie di presunte verità, nascoste in quei paradigmi, frutto di concezioni mostruose o apparentemente ingenue dell’uomo, di cui dovrebbe aver fatto giustizia la storia o la riflessione seria sul tempo presente.

A farci da guida nel nuovo inferno del tempo liquido, quello che pare dominato dal relativo e dall’incerto, dovrebbe essere il buon Socrate e il suo insegnamento, fatto di domande che stimolano all’indagine. Potremmo dire che il porsi stesso della domanda, ha raggiunto il suo scopo se ha posto le basi per la motivazione alla ricerca (parola ­ chiave) a dare una risposta e non importa se le prime risposte sono errate se si è attivato quel meccanismo virtuoso che spinge l’uomo a cercare di rendere migliore il tempo che gli è dato. La pratica educativa, se non perde la strada dietro a qualche chimera, dovrebbe essere orientata da una finalità fondamentale: Acquisire quelle conoscenze, abilità, competenze che consentano alla persona umana di vivere bene e con consapevolezza con se stessa e con gli altri.

A tal proposito, lo psichiatra americano D. Siegel parla di Integrazione, che rappresenta uno dei concetti-chiave della sua teoria. Per spiegare il concetto di integrazione, Siegel ricorre a una metafora visiva molto efficace. “Immaginate ­ dice Siegel (in: D. Siegel e T. Bryson, 12 strategie rivoluzionarie per favorire lo sviluppo mentale di un bambino, ed. Raffaello Cortina, Milano, 2012, pagg. 21-22), ­ un placido fiume che attraversa la campagna. Ecco, questo è il vostro fiume del Benessere. Ogni volta che vi trovate in acque tranquille scivolate lungo il fiume nella vostra canoa, sentite di avere complessivamente un buon rapporto con il mondo. Avete una chiara visione di voi stessi, degli altri e della vostra vita, sapete essere flessibili, adattarvi al mutare delle situazioni, avete raggiunto la stabilità e la pace”. 

Al centro del fiume, che rappresenta lo stato di integrazione, sentiamo di star bene con noi stessi e con il mondo. Succede, però, che i casi della vita (le onde o la corrente del fiume, per rimanere in metafora) ci spingano verso una delle due rive. Una sponda rappresenta il territorio del caos, una condizione di assenza di controllo sulle nostre capacità emozionali e allora ci ritroviamo in “giornate dominate dalla confusione e dall’agitazione”. Occorre tornare al più presto al centro del fiume, allo stato di tranquillità in cui vivevamo prima che qualche fatto sconvolgesse la nostra vita. Stiamo attenti, però, che la nostra barca non ci spinga verso l’altra riva, non meno insidiosa di quella del caos. È questa infatti la sponda della rigidità. Rigidità infatti significa imporre il controllo su tutto ciò che ci circonda, che si tratti di persone o cose. Non si è più disposti al minimo adattamento, compromesso o margine di negoziazione. Vicino alla sponda della rigidità l’acqua è stagnante e i rami degli alberi e le canne impediscono alla canoa di scorrere. Quindi un estremo è il caos, caratterizzato da un’assoluta mancanza di controllo, l’altro estremo è la rigidità in cui il controllo eccessivo porta a una mancanza di flessibilità e capacità di adattamento. Tutti noi facciamo la spola tra queste due sponde mentre attraversiamo le nostre giornate, soprattutto quando cerchiamo di sopravvivere ai momenti difficili” (Ibid.).

Daniel J. Siegel è docente di psichiatria in una delle più prestigiose università americane, l’UCLA (Università della California), dirige il Mindsight institute di Los Angeles ed è autore di numerosi testi e articoli (tradotti anche in italiano e pubblicati dalla casa editrice Raffaello Cortina) in cui si occupa di neurobiologia interpersonale, ma anche di preziose pratiche educative che riflettono il suo pensiero. Tina Payne Brison, sua collaboratrice, è pediatra e psicoterapeuta ed è uno dei responsabili dello stesso Mindsight Institute. La neurobiologia interpersonale è una ricerca che mette insieme varie discipline (biologia, antropologia, neuroscienze, linguistica, fisica, matematica ecc.), allo scopo di sviluppare il benessere individuale e collettivo, anche attraverso minuziose e innovative pratiche, fondate su una rigorosa analisi scientifica. Partendo dalla constatazione che la persona umana è la risultante di ciò che è dentro di lei, il suo sé (l’io cosciente e il suo inconscio), e di ciò che è fuori (la relazione con gli altri e con l’ambiente), Siegel sviluppa tematiche di grande suggestione come la sua concezione della mente e concetti come l’integrazione, la mindsight (cioè la capacità di focalizzare l’attenzione sul proprio mondo interiore) e quello di mente estesa. Inoltre, il ruolo fondamentale che egli assegna a quel periodo dello sviluppo infantile caratterizzato dal rapporto tra il bambino e chi lo accudisce, chiamato attaccamento, come modello fondamentale delle capacità relazionali dell’individuo (sviluppando le celebri ricerche in proposito di J. Bowlby), costituisce un altro fattore fondamentale del suo percorso teorico. La capacità di praticare la mindsight (vista della mente) diventa così un’abilità insegnabile, che è alla base dell’essere empatici, perspicaci, morali, compassionevoli (mattoni fondamentali per realizzare un mondo – comunità diverso e più a misura d’uomo). Il cervello umano, nella sua teoria, diventa la sede centrale di una mente estesa a tutto il corpo: esso è il risultato di un lunghissimo processo evolutivo in cui si sono sovrapposti, l’uno sull’altro, vari strati. Tali strati, semplificando, potrebbero essere suddivisi in un piano superiore (la parte evolutivamente più recente del cervello) e in un piano inferiore (la parte più antica).

Daniel Siegel

Prima di procedere alla descrizione di un percorso didattico, orientato dalla teoria di Siegel, ritengo necessario definire alcuni dei concetti-chiave, in cui, le ragioni di tali pratiche trovano giustificazione. Per Siegel, la mente umana, per svilupparsi, ha bisogno di tre elementi fondamentali: la sua esperienza come singolo individuo (la sua storia), il suo essere cosciente, la sua relazione con l’ambiente sociale e naturale in cui vive. La coscienza di ciò che l’individuo conosce e di ciò che ha conosciuto si realizza in un processo, che Siegel chiama incorporato (incarnato), dovuto quindi anche alle relazioni con l’esterno: il mondo sociale e naturale, appunto. La mente regola i flussi di informazione che provengono da dentro e da fuori (la mente umana è, in quest’ottica, diffusa in tutto il corpo), ma i flussi di energia e informazione di cui si nutre hanno bisogno di essere ben integrati. Siegel per spiegare questa integrazione della mente ricorre ad un’altra, efficace, metafora visiva. Egli invita a immaginare una mano chiusa a pugno come se fosse un emisfero del cervello umano. Le nocche, in questa rappresentazione, corrisponderebbero all’area del cervello situata dietro al volto; il dorso della mano, alla parte situata dietro al cranio e il polso al midollo spinale da cui si propagano i flussi di energia e informazione. Il pollice, piegato verso il centro della mano, coinciderebbe con la cosiddetta area limbica e il palmo che lo contiene alla parte più antica del cervello: il tronco cerebrale. Le dita che racchiudono il pollice rappresenterebbero invece la parte più recente del cervello, quella che si trova dietro la fronte, e cioè la corteccia cerebrale che avvolge le regioni inferiori, più antiche, sottocorticali e limbiche.

Il fine di Siegel è quello di favorire la comprensione profonda dei modi di funzionamento del cervello e delle sue parti, in funzione della modifica cosciente dei comportamenti individuali. Avendo ben chiara la struttura del proprio (e altrui) cervello, le persone dovrebbero acquisire la capacità di attuare, in maniera più efficace, cambiamenti nella propria vita e di provare compassione per gli altri. Siegel dà a questo termine, compassione, il significato di “sentire con” un’altra persona, per percepirne gli stati d’animo e per attuare conseguenti comportamenti che contribuiscano ad alleviarne le sofferenze o a condividerne la gioia.

Il cervello è suddiviso in due emisferi che collaborano tra loro e che eseguono compiti diversi, ma che permettono, con il loro collegamento, di svolgere funzioni più complesse. L’emisfero destro che, secondo Siegel, si sviluppa prima nel bambino e che è influenzato direttamente dal corpo, ha modi di essere e percepire specifici che riguardano: la capacità di visione di insieme, la prima interpretazione di un’esperienza, le emozioni (che Siegel definisce cambiamenti nello stato di integrazione), le espressioni non verbali, le immagini, i ricordi personali, la produzione di metafore ecc.. Quello sinistro, che si sviluppa più tardi, è l’emisfero del linguaggio, della logica e si attiva per rendere coerente e sensata l’interpretazione di un fatto, per la ricerca di cause ecc. (esso rivela la sua attivazione quando il bambino comincia a chiedere il perché di un evento) e cerca costantemente di dare significati accettabili agli avvenimenti. Il ruolo di modello e di supporto (scaffolding) dell’adulto nei confronti del bambino o del ragazzo ha, in quest’ottica, nell’educazione emotiva e relazionale (oltre che etica), il teatro educativo in cui svolgersi.  Quando un bambino (ma anche un adulto) è sopraffatto sul piano emotivo (le emozioni del momento lo dominano) occorre cercare prima di tutto di entrare in sintonia con lui, proprio sul suo stato d’animo. Questo può avvenire purché l’educatore si mostri in grado di manifestare una autentica disponibilità all’ascolto e sappia dare la giusta considerazione ai sentimenti che il suo allievo sta sperimentando, non sottovalutandoli o minimizzandoli. Occorre quindi che, nel passaggio immediatamente successivo all’attivazione del fatto scatenante, l’adulto sappia assumere una sua funzione di aiuto che può svolgersi attraverso varie fasi. Facciamo un esempio di pratica educativa (che dovrebbe diventare routine).

Filippo, un bambino, ha litigato con Luigi, il suo migliore amico, che gli ha fatto un graffio sul naso.

Ora Filippo è inondato dalla rabbia, dal dolore, dalla delusione che gli ha causato quello che lui considera un tradimento dell’amico. Piange e vorrebbe vendicarsi. Utilizzando la terminologia di Siegel, potremmo dire che la canoa, con cui Filippo remava nel flusso del fiume dell’integrazione, si è impantanata sulla sponda del caos emotivo. Nelle situazioni di grande tensione emotiva la parte inferiore (il palmo e il pollice, per tornare alla metafora del cervello nel palmo della mano) si attiva immediatamente. Compito dell’educatore è allora quello di entrare in sintonia con lo stato d’animo del bambino invitandolo a considerare delle alternative e a prendere in esame ragioni altre, rispetto a quelle da lui adottate. Appare superfluo dire, con Siegel, che giocare la carta della severità, in queste occasioni, non è la migliore delle scelte possibili.

La mamma, la maestra ecc., dovrebbe:

  • Farsi raccontare da Filippo il fatto avvenuto, mostrando concretamente e seriamente attenzione al suo caso (ascolto attivo). La capacità di raccontare un fatto e di dare e mostrare attenzione sono altrettante pratiche formative fondamentali (vedasi, in proposito, L’arte di aiutare, di R. R. Carkhuff, Erickson, Trento, 1988).

(“Luigi è cattivo. Non voleva darmi il trenino e mi ha graffiato il naso.”)

  • L’adulto deve riassumere, utilizzando la parafrasi (per sollecitare l’emisfero sinistro), ciò che è avvenuto e che ha scatenato la tempesta emotiva nel bambino. La parafrasi deve essere abbinata ad un adeguato linguaggio non verbale, efficace soprattutto se condito con un atteggiamento-espressione di affetto (abbraccio, carezza) che concorre, con la parafrasi del suo racconto, a quello che si può chiamare mettersi in sintonia con il bambino.
  • A queste prime fasi di contatto emotivo deve seguire quella che Siegel e Bryson (cit.) chiamano fase del re-incanalare. Essa consiste nello sviluppare risorse affinché il bambino, o il ragazzo, riesca a trovare, da solo, la soluzione del problema e manifesti un conseguente comportamento più appropriato.
  • Altra strategia è quella definita del nominare per dominare. Essa si fonda sulla constatazione che le emozioni incontrollabili si sviluppano nell’emisfero destro che non usa il linguaggio per definire lo stato d’animo. La comprensione piena dell’esperienza passa attraverso il racconto. Il bambino, raccontando ciò che lo fa star male, “userà l’emisfero sinistro del cervello per comprendere la sua esperienza sentendosi maggiormente in controllo” (Siegel – Bryson, cit. pag.168). Negli stati di grande tensione emotiva la parte inferiore del cervello (il palmo e il pollice della mano, secondo la metafora visiva di cui sopra) si attiva immediatamente (“si infiamma”, dicono Siegel e Bryson). L’emozione della rabbia, in questo caso, domina sulla parte razionale. Compito dell’educatore è allora quello di sforzarsi di entrare in sintonia con lo stato d’animo dell’allievo, invitandolo a considerare delle alternative e a prendere in esame ragioni-altre rispetto a quelle da lui adottate. In questo caso, a essere sollecitato è l’emisfero sinistro, che dà parole ai fatti e li incanala in un racconto coerente.
  • Per anticipare situazioni critiche o fonti di potenziali conflitti, l’insegnante, ad esempio, può ricorrere alla drammatizzazione del fatto ecc. (uso pedagogico della drammatizzazione: realizzazione di un copione con i due protagonisti, rappresentazione, valutazione del fatto inscenato, disegno ecc.), e cogliere occasioni per momenti di riflessione e discussione, per individuare soluzioni o possibilità diverse. La parte superiore del cervello va allenata e aiutata a svilupparsi.
  • La fase di inondazione emotiva e quelle successive a questa, sono i momenti adatti per un vero e proprio allenamento, al fine di cercare e trovare soluzioni divergenti rispetto a quelle individuate nella fase di inondazione emotiva (“Luigi non è più mio amico”), al momento della crisi. La riflessione sui sentimenti, propri e altrui, la comprensione del fatto che tutti gli esseri umani sono animati da bisogni, convinzioni e desideri propri, possono essere sviluppate attraverso esercitazioni (anche con uso di letture, film, ecc.), ma diventare anche occasioni per discussioni sull’importanza della conquista di competenze emotive e relazionali.
  • Imparare a distrarsi e muoversi, in caso di inondazione emotiva, dovrebbe diventare un’abitudine consolidata, sia per allentare la tensione, sia per attivare l’emisfero sinistro del cervello (quello della logica e del linguaggio) e per cercar di recuperare il pieno controllo della situazione. Conoscere e usare tecniche di distrazione è di fondamentale importanza affinché il bambino, apprenda a modificare il suo stato mentale. Ciò gli consente di iniziare a esercitare l’autocontrollo. L’azione dell’educatore, che invita a muoversi, deve avvenire senza infingimenti. Il bambino deve sapere che la sollecitazione (e il conseguente apprendimento) alla necessità di muoversi, in caso di crisi emotiva, gli serve (e gli servirà) per allentare la tensione e lo aiuta (e lo aiuterà) ad attivare la parte superiore del cervello. “Il movimento del corpo consente all’individuo di scaricare parti dello stato di tensione e dell’energia alimentata dalla rabbia e di rilassarsi” (Ibid. pag.71). Imparare a muoversi, nei momenti che seguono il fatto e la conseguente fase, dominata dall’emozione, può consistere anche nell’acquisire tecniche di rilassamento e di respiro.
  • Occorre che l’adulto si faccia sentire autenticamente partecipe dello stato d’animo del bambino, stimolandolo con domande che incoraggino il ricordo di esperienze passate simili a quella avvenuta ora. L’esperienza passata aiuta il ragazzo a rendersi conto, in modo migliore, di quello che accade nel suo presente. Egli deve comprendere che l’emozione che lo sta inondando è uno stato d’animo passeggero; si è sentito arrabbiato molte altre volte, ma ha superato questo suo stato nelle ore o nei giorni successivi. Le emozioni vanno e vengono; non sono per sempre. “Ora sei arrabbiato, ma tu non sei rabbia. Tu e Luigi siete sempre stati amici. Oggi avete litigato. Avete sempre giocato insieme, Vedrai che tornerete a farlo”. Comprendere che gli stati di paura, di solitudine, di ansia, di insicurezza ecc. sono modi di essere temporanei, è un passaggio fondamentale per imparare a transitare da stati di rigidità o di caos a stati di integrazione. Lo stato del sentirsi triste o arrabbiato è spesso percepito dal bambino, infatti, come una sua condizione permanente e questa sua sensazione non fa che accrescere la sua ansia (e la tristezza, l’angoscia, la paura ecc.).
  • È importante imparare a riconoscere le S.p.i.e. della mente. Sostanzialmente, ci ricorda ancora Siegel, noi sentiamo quattro cose: le sensazioni, le immagini, le emozioni e i sentimenti che proviamo e i pensieri. In una prima fase l’educatore può intervenire, per lo sviluppo di questa consapevolezza, sollecitando il bambino a riconoscere i segnali del proprio mondo interiore relativamente alle proprie sensazioni corporee (“Che cosa senti dentro di te?”), alle proprie immagini mentali (“Che immagine ti viene in mente quando pensi a …?”), alle proprie emozioni (“Che rabbia quando …!”), ai propri pensieri (“Che cosa pensi che accadrà se tu …?”).

Le sensazioni corrispondono a ciò che proviene da fuori di noi, ma anche all’effetto che queste sensazioni ci provocano dentro. I pensieri sono prodotti della mente che, a tale scopo, utilizza il linguaggio: riflessioni su fatti accaduti, discorsi che facciamo su noi stessi, racconti della nostra vita, ecc.. Le immagini non sono soltanto dovute a sensazioni, ma dipendono anche dal frutto permanente di ricordi (ricostruiti nella memoria), di esperienze passate o di nostre interpretazioni dei fatti (che tuttavia hanno anche il potere di condizionare profondamente il nostro modo di pensare e di agire). Le emozioni (e i sentimenti) accompagnano le nostre esperienze, ma spesso non le riconosciamo e non ne siamo consapevoli.

  • Occorre saper assegnare un nome alle proprie emozioni per poterle dominare. Le emozioni incontrollabili, ricordano Siegel e Bryson, si sviluppano nell’emisfero destro del cervello che non usa il linguaggio per definire lo stato d’animo. Il bambino deve essere cosciente dell’emozione che lo sta travolgendo e darle un nome. (“Sono arrabbiato con Luigi. Ciò che sto provando si chiama rabbia”.)
  • Abbiamo detto che occorre che il bambino impari a saper raccontare i propri vissuti. La comprensione piena dell’esperienza passa attraverso la narrazione. Il bambino, cercando di raccontare ciò che lo fa star male, deve essere in grado di focalizzare bene le emozioni che lo stanno coinvolgendo e travolgendo (la rabbia, la paura, la delusione, l’angoscia, la perdita di fiducia nell’amico ecc.).
  • La mente umana ha la possibilità di rievocare ricordi, anche sgradevoli e di riavvolgere il nastro della narrazione di un’esperienza, anche dolorosa, per favorire l’interpretazione corretta e l’integrazione di ricordi impliciti ed espliciti della memoria e per acquisire una maggiore possibilità di controllo nella situazione da affrontare. Ciò che è richiesto, anche in questa strategia, è lo sviluppo dell’abilità di saper raccontare. La narrazione, ci ricorda Siegel, ci aiuta a comprendere e a superare le esperienze traumatiche. L’uso delle pause, nel resoconto di un fatto, la possibilità di avanzare o tornare indietro, in corrispondenza dei punti più dolorosi o angoscianti, consente, infatti, di esaminare, in maniera approfondita, ciò che è fonte di sofferenza, paura, dolore ecc.. Occorre ricordarsi di ricordare e saper usare il telecomando della mente, metaforizza Siegel. Porre domande incoraggiando il ricordo (al fine di comprendere e riflettere su esperienze passate), aiuta il bambino a rendersi conto di quello che accade nel suo presente.
  • È necessario, inoltre, praticare la mindsight, cioè imparare a comprendere la propria mente e quella degli altri.  Questa abilità ha necessità di essere supportata, ricorda Siegel, (D. Siegel, La mente adolescente, Raffaello Cortina, Milano, 2014, pag. 48), dallo sviluppo di tre capacità fondamentali: quella di percepire e conoscere a fondo la propria vita mentale (collegando passato, presente e futuro per avere chiara consapevolezza della propria identità), quella dell’empatia (che consiste nel cercar di percepire la vita mentale interiore di un altro) e quella dell’integrazione (cioè, saper collegare, in maniera coordinata ed equilibrata, parti del cervello, del corpo, della memoria, della relazione con gli altri e con l’ambiente).

Le strategie suggerite da Siegel e Bryson, sono indirizzate alla formazione dei bambini, ma la loro finalità è quella di sviluppare pratiche educative che rendano l’uomo più consapevole di sé, più giusto e più … umano. Sperare l’insperabile: realizzare una comunità umana che abbia come fine il benessere (l’integrazione) di ciascuno e di tutti.

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