Storia e Memoria

FascioLiberismo

Fascismo e liberismo, nelle "Noterelle" di Fabio Bettoni.

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Di Fabio Bettoni
In foto: Luigi Einaudi nel 1943


A Manlio Marini,

antifascista esemplare

     Giovedì 16 novembre 1922, B. M. presenta alla Camera Elettiva del Regno il proprio (primo) governo. A presiedere la seduta, Enrico De Nicola presidente dell’Assemblea parlamentare (lo ritroveremo capo provvisorio dello Stato e primo presidente della Repubblica Italiana, 1946-48). In apertura del discorso, il fascio-duce elenca i componenti del gabinetto. Tra costoro, il professore Alberto De’ Stefani (1879-1969) al ministero delle Finanze, e il professore Vincenzo Tangorra (1866-1922) al Tesoro. Di lì a non molto, il 21 dicembre, Tangorra morirà (si disse per l’eccessivo lavoro) e De’ Stefani gli subentrerà alla guida del ministero che dal 31 dicembre diventerà delle Finanze e Tesoro.

     Originario di Venosa in Basilicata, Tangorra aveva seguito un faticoso e complesso percorso di studi, approdando nondimeno nel 1918 alla cattedra di Economia politica nell’Università di Pisa prima di lui tenuta dall’appena deceduto Giuseppe Toniolo (l’economista che piace tanto all’attuale vescovo di Foligno). Nel 1915, frattanto, era uscito il primo volume del Trattato di Scienza delle Finanze, che doveva essere l’avvio di una vastissima opera in più libri rimasta tuttavia incompiuta. Deputato del Partito popolare italiano (Ppi), militava nell’ala destra di esso, e dunque non poteva che seguire la spinta dei vari Cavazzoni, Crispolti, Martire, e, come si legge in un memoriale adespoto indirizzato e pervenuto al Vaticano nei giorni successivi alla formazione del fascio-gabinetto (vi ho fatto riferimento nelle mie Noterelle dello scorso ottobre), non c’era da meravigliarsi della cosa. I popolari, come tutti gli altri gruppi della Camera che «negli ultimi anni hanno partecipato a quel movimento demagogico guidato dai socialisti, non sono perfettamente uniti nelle loro idee». Vi si trova in tutti «un’ala ‘destra’ e un’ala ‘sinistra’, e M. ebbe cura di scegliere i suoi collaboratori fra gli appartenenti all’alla ‘destra’ dei vari gruppi».

Fu dunque un oggetto della campagna-acquisti. Peraltro, al momento, tra i popolari non v’erano economisti del suo peso e spessore. Data la breve durata del proprio impegno ministeriale, Tangorra lasciò una sola traccia visibile del suo operato, ovvero l’avvio del salvataggio del Banco di Roma stante, in merito, un perentorio biglietto del Capo (Esigo ecc. ecc.). Faccio notare, che intorno a quell’Istituto ruotavano gli interessi economico-finanziari del mondo clericale-cattolico, da esso dipendeva la sussistenza del “Corriere d’Italia” quotidiano diretto da Paolo Mattei Gentili al momento fiancheggiatore del Ppi, e forse qualche occhio di riguardo doveva avere verso di esso lo stesso partito di Sturzo. Ma Tangorra non poté concludere il mandato giacché si dimise il 19 dicembre per gravi motivi di salute preludenti la morte. La palla passando al successore De’ Stefani.  

     Quest’ultimo oggi risulta il più noto dei due: infatti non vi è testo di storia e di storia economica dell’Italia contemporanea che non citi la sua attività ministeriale espletata fino al 1925 quando veniva sostituito da Giuseppe Volpi di Misurata. Nazionalista, interventista e combattente nella Grande Guerra, poi squadrista, ferocemente avverso alla massoneria, De’ Stefani era un «vecchio liberale di razza» (“vecchio” nel senso di collaudato, ben temprato), come lo avrebbe definito nel 1923 Luigi Einaudi (1874-1961) uno che di liberal-liberismo ben s’intendeva (“smacchiettato” dal colore nero filo-fascio, Einaudi sarebbe stato presidente della Repubblica nata dalla Resistenza negli anni dal 1948 al ’55). Il ministro si mosse con un obiettivo di fondo: creare risparmio nazionale da trasformare in capitale industriale (una concezione peraltro non estranea alla politica economica di età giolittiana). Tant’è che nel suo percorso intellettuale che molto doveva ai rapporti con Fedele Lampertico, il già citato Toniolo, e soprattutto con Maffeo Pantaleoni (che nel fascismo vedeva la restaurazione capitalistica, così in un testo su “Politica”, dei maggio-giugno 1923), Vilfredo Pareto, Enrico Barone, De’ Stefani non ha mai perduto di vista l’ortodossia economica, e più precisamente l’ortodossia di bilancio, il risanamento delle finanze pubbliche da realizzarsi ad ogni costo (abbattimento dei salari, misure fiscali regressive, deprezzamento della moneta): punti di vista la cui fonte primaria rimaneva Francesco Ferrara («libertà in tutto e per tutti»), un precursore (1810-1900) in Italia di quell’orientamento teorico e quindi politico-economico andato alla storia sotto il nome di marginalismo. Quando cadde, gli addebitavano la crisi della borsa valori dovuta all’eccesso di misure antispeculative, e l’instabilità nel cambio della lira, ma in realtà la sua politica economica liberista stava entrando in rotta di collisione con l’incipiente corporativismo (nel 1926 sarebbe venuta la disciplina giuridica dei rapporti collettivi di lavoro; nel 1927 la Carta del Lavoro, ma le corporazioni erano già contemplate dal Programma politico del pnf varato nel 1921) e un’ingerenza crescente dello Stato nell’economia.

     Con l’adesione all’Alleanza parlamentare economica promossa nel giugno 1922 da Gino Olivetti presidente di Confindustria, De’ Stefani dava conseguente sviluppo al suo intervento effettuato in Roma durante il III congresso del pnf (7-10 novembre ’21), per diventare, mediante l’incarico governativo, l’esponente di punta della politica economica fascista; con ciò scalzando personaggi al momento di sicuro rilievo come  Massimo Rocca (1884-1973) il quale proprio in quel raduno congressuale aveva dato il là, per così dire, al neomanchesterismo del partito; sia pure fermandosi alla definizione secondo la quale la crisi dello Stato liberale era da considerare «crisi dell’incompetenza», ragione per cui le funzioni economiche occorreva si lasciassero a chi possedeva le «capacità tecniche necessarie», ovvero ai capitalisti; una tesi più dettagliatamente espressa nel saggio sempre del 1921 titolato Un neo-liberalismo? e abbondantemente illustrata nei Capisaldi di politica finanziaria e di ricostruzione economica del Paese, che andarono a formare una parte determinante del Programma politico del pnf varato in quel medesimo anno.

     L’affondo teorico e politico-economico sarebbe venuto alla fine di agosto del 1922, quando insieme all’economista Ottavio Corgini (1889-1968), deputato fascista, Rocca pubblicava sul “Popolo d’Italia” la Relazione pel risanamento finanziario dello Stato. Lì si valorizzava l’iniziativa privata, si prevedeva di ripianare il debito pubblico, dismettere aziende pubbliche che erano proliferate a causa della guerra, tagliare imposte su capitali e redditi, allargare il volume delle entrate incrementando imposte sui consumi. Su quest’ultimo punto, vale la pena riportare il passo seguente: «I sottoscritti ritengono però qualora si dovesse assolutamente ricorrere ad inasprimenti fiscali, sarebbe ancor meglio accrescere le imposte indirette che le  dirette. Le prime gravano sui consumi e tendono a limitarli, lasciando maggior margine per  le esportazioni, mentre le seconde colpiscono le fonti medesime della produzione […] Bisogna riconoscere che le classi operaie sono oggi le meno colpite dalle tasse, pur guadagnando di più che le classi medie tassate senza misericordia, e ricordare inoltre che ostacolare la produzione con spaventosi balzelli diretti sul capitale equivale ad un’imposta diretta peggiore sulle classi cosiddette umili, perché il mancato progresso capitalistico provoca la disoccupazione e il ribasso dei salari».

      L’accumulazione del capitale innanzi tutto, dunque, aborrendo ogni forma di “patrimoniale”: ma non entro in un merito che ci condurrebbe dritti dritti ai nostri giorni! Sottolineo, invece, che l’avallo di M. (in stretta continuità con quanto aveva affermato ad Udine il 20 settembre) sarebbe venuto durante l’adunata del 24 ottobre a Napoli, vero e proprio preambolo della romana e farsesca marcia, allorché il duce dichiarava la sua ferma volontà di risanare la finanza pubblica, decisamente determinato nel «dire no ad ogni richiesta». E, nella stessa circostanza, da De’ Stefani: la cui preminenza in campo programmatico nel pnf veniva solennemente sancita. Musica per le orecchie di Einaudi il quale si affrettava sul “Corriere della Sera” ad argomentare che in un auspicabile governo con i fascisti, il Tesoro andasse ad uno dei loro al fine di «tagliar sul vivo, a dir di no e poi di no e ancora di no a tutti, ad amici ed a nemici! (Alla radice del male, 26 ottobre). Lo stesso Einaudi il quale, commentando la Relazione di Rocca & Corgini, aveva sproloquiato senza ritegno declamandola quale «esempio di ritorno alle sorgenti liberali dell’economia classica, adattate alle necessità dell’ora presente». Una relazione programmatica che «mette un termine alla grottesca farsa per cui i cosiddetti liberali andavano a gara nel rinunciare alla propria ragione d’essere e nello scimmiottare i socialisti, frenetici di arrivare prima di questi ad anticipare l’attuazione del verbo socialistico. Esso è rettilineo, nettamente antisocialista. Probabilmente i soliti liberali-democratici-radico-riformisti si accorgeranno, ora che i fascisti sono numerosi, che anche nel programma fascista c’è del buono e, rivendicandone la paternità diranno che esso da tempo faceva parte del loro centone multicolore» (Riabbeverarsi alla sorgente, “Corriere della Sera”, 6 settembre).

     L’inno filofascista dell’economista s’innalzava al cielo di lì a poco, sul “Corrierone” del 28 ottobre con l’articolo Travaglio di crescenza: «Desideriamo ardentemente ci sia un partito, e sia  quello il fascista, se altri non sa far meglio, il quale usi i mezzi adatti per raggiungere lo scopo che è la grandezza materiale e spirituale della Patria», auspicando che «il giovane partito sappia trovare la via regia dell’azione utile alla fortuna sua e dell’Italia».

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