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Ci lascia un vescovo sensibile

Dai nostri lettori. Il professor Segatori saluta il vescovo Gualtiero Sigismondi, recentemente trasferito alla diocesi di Orvieto-Todi.

#POLITICA #CITTA’ #DAINOSTRILETTORI
Di Roberto Segatori
In foto: Gualtiero Sigismondi


Il trasferimento alla diocesi di Orvieto-Todi del vescovo Gualtiero Sigismondi rappresenta una perdita per Foligno, essendo egli stato un interlocutore preparato e disponibile per credenti e non credenti. La sua biografia rivela una personalità frutto di un’autonoma coerenza persino nell’interazione con maestri molto diversi tra loro.

Nato ad Ospedalicchio nel 1961, dopo aver frequentato l’Istituto Magistrale di Perugia, Sigismondi entra nel seminario regionale umbro (dove tornerà da assistente spirituale), studia all’Istituto Teologico di Assisi (vi insegnerà Teologia sistematica) per poi conseguire la licenza e il dottorato all’Università Gregoriana, stando nel pontificio collegio lombardo. Quanto ai suoi ispiratori, il primo è don Primo Mazzolari. Com’è noto, Mazzolari lasciò una doppia eredità, ecclesiale (per una chiesa dei poveri e il dialogo coi lontani) e politica (fu antifascista schierato coi partigiani). Di questa eredità, per intima assonanza, Sigismondi approfondirà il primo aspetto pubblicando la sua tesi di dottorato: La Chiesa, un focolare che non conosce assenze. Studio del pensiero ecclesiologico di don Primo Mazzolari

Il 29 giugno 1986 è ordinato presbitero a Perugia dall’arcivescovo Cesare Pagani, che sarà per lui (a suo modo) un secondo maestro. Il lombardo Pagani, che era stato assistente delle Acli e si era sempre occupato dei lavoratori, si mette in testa di “svegliare i torpidi umbri” e, a Perugia, dà luogo a un durissimo perdente scontro con la massoneria. Pagani valorizzerà Sigismondi affidandogli vari incarichi, oltre alla parrocchia di Ripa. Lui ricambierà la stima con diverso stile nel volume Spero perché credo in Dio. L’ordito teologico della trama pastorale di mons. Cesare Pagani (1921-1988).

Dopo essere stato vicario generale dell’arcidiocesi perugina, nel 2008 don Gualtiero è nominato vescovo di Foligno da papa Benedetto XVI che diventa il suo terzo maestro. Di Ratzinger egli apprezza le finezze teologiche e il rigore dottrinale che gli suscitano grande passione. Poi arriva papa Francesco, che è il suo maestro attuale. Dall’esterno potrebbe sembrare strano il trascorrere dall’ispirazione al “pastore tedesco” – come fu definito da una memorabile prima pagina del Manifesto – a quella al papa argentino, molto più attento ai poveri e ai distanti. Ma la contraddizione è solo apparente: senza rinunciare alla sapienza teologica di Ratzinger, Sigismondi ritrova in Bergoglio quella chiesa “focolare che non conosce assenze” di don Primo Mazzolari, e chiude con coerenza il cerchio della sua identità episcopale.

Nei dodici anni di servizio a Foligno, il vescovo si fa stimare per la sollecitudine verso le persone malate o bisognose di sostegno e per la disponibilità agli incontri con laici non credenti. Due episodi tra i tanti. L’8 maggio 2014 egli è chiamato a celebrare i funerali dell’ingegnere Valter Baldaccini nello stadio comunale di Cannara strapieno di gente. Baldaccini è ricordato a Foligno non solo come fondatore dell’Umbra Group, ma come uomo impegnato in intense esperienze di carità cristiana in Africa e all’Istituto Serafico di Assisi. Ammalatosi gravemente, l’ingegnere trova nella vicinanza del vescovo di Foligno il sostegno spirituale dei suoi ultimi giorni. Su un altro versante, il 15 ottobre 2015 Sigismondi partecipa insieme a Fausto Gentili, all’epoca coordinatore regionale di Sel, ad un apprezzatissimo dibattito sul tema Educazione e spiritualità ecologica, imperniato sull’Enciclica Laudato Si’.

Quanto alla conduzione della chiesa folignate, l’opera del vescovo Gualtiero è ben ricostruita dal volume Mons. Gualtiero Sigismondi. Il Vescovo della sinodalità (2008-2020), a cura di Antonio Nizzi. Celebrando la sua ultima messa crismale a Foligno, Sigismondi ha detto che si porterà nel cuore il suo “gregge”.

Quelli di noi che non fanno parte di quel gregge (e che non trovano tanto condivisibile la metafora ebraico-cristiana del pastore e del gregge) lo salutano però in amicizia, certi che lo ritroveranno sempre come interlocutore attento in altri futuri e prestigiosi ruoli. 

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