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Umbria Factory Festival, musica teatro e danza allo Zut!

Un festival multidisciplinare: questo è Umbria Factory Festival, ideato da Spazio Zut! Tra musica, teatro e danza, le considerazioni sui vari eventi di Carolina Balucani.

#cultura
Di Carolina Balucani
In foto: Il manifesto della programmazione di Umbria Factory Festival


E’ un festival MULTIDISCIPLINARE (musica teatro e danza) quello ideato dallo spazio Zut. Il primo periodo s’è svolto a ottobre, le prossime date saranno a novembre e dicembre .

Lo hanno chiamato Umbria Factory Festival. “Factory” mi ha fatto pensare allo studio di Andy Warhol in America negli anni ‘60,famoso per le feste moderne, ritrovo di artisti e superstar, rifugio per molti giovani. La Factory era una ex fabbrica dove ogni giorno succedeva qualcosa di diverso: se in una stanza si lavorava alle famose serigrafie risposta di Andy al concetto del capitalismo di massa, in un‘altra c’era la musica e in un’altra si stava girando un film. Qualcosa di simile c’e’ nel pensiero artistico dietro questo festival che si pone come una avanguardia per la città di Foligno. Dove avanguardia sono le truppe che procedono avanti alle altre per proteggerle dal nemico.

Ci sono molti ragazzi giovani che partecipano come volontari alla organizzazione del Festival. Spesso e volentieri si tratta di allievi dei laboratori di Zut qualcuno con un sogno nascosto su una qualche disciplina artistica e che fanno quello che possono per essere sempre presenti agli spettacoli e per aiutare gli allestimenti come in una fabbrica dove la produzione di una cosa ha ugualmente importanza in tutte le sue fasi.

Non stupisce che nel direttivo di Zut ci siano degli artisti, ho pensato. E che il pensiero artistico di Zut sia condiviso da tutti i suoi menbri e non semplicemente eseguito. Tutti loro di Zut, Elisabetta Mariella Emiliano Michele e David, perseguono obiettivi di cura dell’arte. Si vede da questi ragazzi e dall’incanto con cui stanno in biglietteria o si siedono a guardare un danzatore con la testa coperta o seguono un’attrice nel suo lungo racconto per strada lungo le vie della città.

Sono stata invitata da Zut a tenere il primo laboratorio Notes – dedicato allo spettatore.

Vedo insieme a questi ragazzi tutti gli spettacoli del Festival.

Silvio Impegnoso – attore assolutamente unico per l’empatia che riesce a generare nello spettatore, di origine folignate- presenta per la prima volta il suo lavoro C’era una volta in Umbria” che contrassegna il suo ritorno nella terra natale come quando si ritorna a casa perché ci si è innamorati di qualcosa.

E Silvio si è innamorato di una storia che gli avevano raccontato in città anche se sembra uscita da un film di Sergio Leone e che dipinge una Foligno inedita, la trasfigura ne fa un western accaduto alla porta accanto invece che in America .

Accanto a lui nella sua ricerca l’artista Federica Terracina. La sua mappa pittorica, ricostruita ai modi di un puzzle da Silvio durante il suo monologo, ritrae una nuova geografia del luogo che Silvio sta ricostruendo e riattraversando in scena. Una geografia basata sulle impronte di coloro che i due hanno intervistato per ricostruire la storia stessa, in cui per una volta non essere confortati dal sapere esattamente dove siamo. Ma d’altro canto un luogo dipinto attraverso le direzioni che ognuno degli intervistati ha dato al colore attraverso schizzi pittorici di cui Federica si è fatta interprete con la sapienza di una pittrice. Di se stessa dice che ha cominciato a dipingere perché quando era piccola era il suo modo per non dover parlare e per entrare nel suo mondo.

Il giorno successivo vedo Shakesperealogy di Teatro Sotterraneo. Un monologo con l’eccellente Woody Neri, attore che già conoscevo per esser stato un mio compagno in scena in Guerra e Pace , prodotto dallo Stabile dell’Umbria. Teatro Sotterraneo, famosa

compagnia di teatro sperimentale (se volessimo ragionare per categorie – ma solo per semplificare) con questo spettacolo regala una lezione di drammaturgia e dimostra di essere a ragione tra le compagnie più significative del nostro panorama. Il lavoro sulla scena   parte da una frase di Salinger: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle. E poterlo chiamare al telefono”. Il desiderio di Teatro sotterraneo era di usare il teatro per fare quella telefonata. Ebbene la telefonata è riuscita, hanno richiamato in vita Shakespeare. Certo dicono i Sotterraneo, non sarà il vero autentico originario Shakespeare ma se riusciamo a incontrare anche uno solo dei possibili Shakespeare forse l’esperimento è riuscito. Un piccolo capolavoro. Dove piccolo riguarda solo il fatto che lo spettacolo ha un allestimento semplicissimo facilmente trasportabile su tutti i palcoscenici possibili. E questo gli auguriamo.

La sera vediamo un concerto: Canto primo: Miasma/Arsura/Nanou/Ovo. Gli Ovo sono un gruppo indie noise rock e rumorista, Stefania Pedretti e Bruno Dorella. Il loro concerto spettacolo è una premier dal suono cattivo come l’esalazione malsana emanata dalla palude, che letteralmente invoca nel titolo. Eppure parla di noi così autenticamente da divenire catartico persino a tarda sera, dove se sei stanco vorresti solo essere confortato dalla musica.

Ti conforta in modo diverso, prendendo atto del legame continuo che esiste tra realtà e fantascienza nel nostro esistere quotidiano. Con una danzatrice sullo sfondo del palco, come ad abitare traiettorie inconscie del grande mondo ricostruito in scena, Rhuena Bracci (gruppo Nanou)con la testa coperta come da un sacco, generosissima e perfetta nel farsi immaginario che cammina, come perfetto è il suono e il grido cantato in un continuum lungo quanto il pensiero da parte della Pedretti, angelica nell’accogliere tanta parte infernale della realtà e filtrarla attraverso le sue corde vocali prodigiose. Leggo che Nanou è una compagnia che persegue il corpo oggetto corpo sonoro corpo luce. E’ quello che ho visto. Qualche volta sembrava che quella testa avvolta in chissà quale involucro diventasse maschera o diventasse umana. Togliere una cosa dal corpo per farlo diventare mille corpi. Non pensavo potesse essere così espressivo un danzatore senza occhi. Invece è come se avesse in questo modo occhi dappertutto.
Finisce questa immersione inconscia notturna e Bruno Dorella compositore e musicista straordinario resta sul palco. Abbandona solo dopo un certo tempo il suo strumento e se ne va quando sul palco non resta nulla dello spettacolo. Come alla fine di un sogno.

Vediamo il giorno successivo il nuovo lavoro di Nanou, Paradiso”, ancora in via di lavorazione, che rappresenta l’incontro della compagnia di danza contemporanea ravennate con l’artista visivo Alfredo Pirri e la musica di Bruno Dorella. L’azione coreografica qui si immerge nello spazio fino a divenire parte di esso. I corpi dei performer diretti da Nanou e con la testa tragicamente coperta ma bellissimi in questa rinuncia, sono come installati nello spazio, a indicarne le regole di funzionamento. Una drammaturgia invisibile rende perfettamente plausibile certi modi di abitare quel luogo che rimanda a uno specchio di qualcosa che dovrebbe essere in alto. In questo nuovo Paradiso, noto, tuttavia la luce vera emana dalla terra, cioè è quella che si riflette sulla terra, e non tanto dal cielo. Inoltre un traghettatore in abiti quotidiani ti viene a chiedere senza gentilezza di uscire alla fine della performance. Una cosa che percepisco vagamente punitiva e che mi ricorda la cacciata dal Paradiso, se la si dovesse tradurre in termini quotidiani.

Uno scatto di “Paradiso”

La sera successiva ascolto il trio She’s Analog, vero orgoglio della regione in collaborazione con Young Jazz, Stefano Calderano, Luca Sguera e Giovanni Iacovella, che chiude a Zut il suo tour, loro fanno il jazz contemporaneo che nasceva nelle regioni meridionali degli Stati Uniti, memoria delle ritmiche delle canzoni di lavoro utilizzate nelle piantagioni dagli schiavi afro americani che diventa orchestra jazz, e portano sul palco una forma embrionale di musica con l’intento di articolarla sempre maggiormente creando da essa una improvvisazione crescente. Con l’idea di mostrare il processo creativo nella performance e farlo diventare esso stesso performance.

E poi c’è un ultimo spettacolo – anche se dire spettacolo mi affanna perché nelle mie credenze teatrali ha una allure troppo intrattenitiva, che mal si addice a quel che ho visto. The walk, di Cuocolo-Bosetti, che gira da diversi anni e a quanto pare è eterno come l’opera d’arte dovrebbe sempre essere e cambia irreversibilmente qualcosa in chi assiste, come sempre dovrebbe succedere con l’opera d’arte. In The walk un pubblico di 20 spettatori viene dotato di cuffie ed invitato a camminare insieme ad un’attrice nella città. Sull’idea che camminare serva a pensare cioè che costituisca un pensiero pratico, come lo definisce la compagnia. Loro dicono   che camminando l’uomo scopre nel mondo quello che ha dentro di sé,ma ha bisogno del mondo per scoprire quello che ha dentro di sé. Arrivando all’appuntamento su una piazza della città gli spettatori/ospiti iniziano a sentire la voce di una figura femminile (straordinaria attrice Roberta Bosetti) che li guiderà per le strade della città chiedendo a più riprese di non allontanarsi, di restare vicini. Durante la camminata si sovrappongono due piani, quello della realtà dell’attraversamento del paesaggio e quello del flusso interiore di Roberta che ci parla attraverso il radio microfono mentre attraversa con noi il paesaggio reale e al contempo quello interiore in cui si colloca la storia che ri–percorre. La sua storia è dichiaratamente personale, la storia della scomparsa di un suo caro amico, un dolore che si fa attraversamento di strade, entrata in luoghi sconosciuti, temperatura dell’ambiente, ragazzini con la bicicletta che ti scavalcano e ti ricordano la tua condizione straniata similmente alle cuffie che ti isolano dalla realtà ed al contempo pretendono che tu sia ancora più vigile rispetto alla realtà per non cadere. La drammaturgia di questa opera di Cuocolo-Bosetti è esempio di un autobiografismo che si fa universale, attraverso la condivisione in passeggiata di una scrittura autentica che non esce mai dal suo solco di verità e che spiana le nostre strade nell’accompagnarla fino al compimento di un Viaggio necessario per tutti.

Gli appuntamenti di Novembre cominciano giovedì 11, li trovate premendo questo bottone!

Uno scatto da “The Walk”

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