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"Il governo Draghi è un governo politico? Il fatto che sia tecnico ne esclude il carattere politico? Oppure forse al contrario i governi tecnici sono i governi più esplicitamente politici, in quanto fanno gli interessi di alcuni gruppi sociali, fingendo di agire imparzialmente?". Queste le domande che si pone Matteo Santarelli.

Di Matteo Santarelli
In foto: Mario Draghi


Il governo Draghi è un governo politico? Il fatto che sia tecnico ne esclude il carattere politico? Oppure forse al contrario i governi tecnici sono i governi più esplicitamente politici, in quanto fanno gli interessi di alcuni gruppi sociali, fingendo di agire imparzialmente? 

Sono queste le domande che hanno occupato alcune tra le menti più sottili del panorama intellettuale italiano nelle ultime settimane. Il tono non è ironico: sono domande importanti, tanto a livello scientifico, quanto a livello appunto politico. Le risposte a tali domande dipendono da tanti fattori complessi. Primo fra tutti: che cosa intendiamo per “politico”? Molti autori/trici hanno una concezione piuttosto esigente di cosa sia politica, altri adottano delle concezioni più generiche, altri ancora tagliano la testa al toro identificando la politica con ciò che riguarda i partiti, i governi, e così via. 

Ora, anche dando ragione a chi sostiene questa ultima opzione, e quindi una concezione molto limitata della politica, già appare in modo chiaro un punto piuttosto importante. A prescindere da quanto sia tecnico, competente, efficace il nuovo governo, è chiaro che nelle ultime settimane la destra ha fatto “politica”, e l’ha pure fatta bene a livello strategico. Per “fare bene” intendo: pensando al presente, con un occhio al futuro prossimo. In particolare, mi sembrano cinque le mosse piuttosto efficaci della coalizione di centro-destra:

1) si sono presi un ministero pesante come lo Sviluppo economico, facendo contenta “l’Italia che produce”, che li votava prima e li voterà ancora di più;

2) Forza Italia dal nulla prende tre ministri, con lo sfizio di Brunetta alla pubblica amministrazione, come ai tempi d’oro. Forse una risposta a chi diceva/sperava/sognava: “la crisi Covid ci ha insegnato che dobbiamo investire di più nel pubblico”;

3) hanno lasciato la Sanità alla sinistra, così se succede qualche casino con varianti, vaccini etc., è colpa della sinistra. Mentre scrivo, Speranza è oggetto di un linciaggio da parte delle varie aree della destra – renziani e salviniani soprattutto – sulla chiusura degli impianti sciistici;

3) rimangono pure fuori con Fratelli d’Italia al top della popolarità, quindi intercettano i voti di chi non è contento del governo;

4) quando si andrà a votare, Meloni, Salvini e Silvio parleranno ognuno a un pubblico diverso, senza dire mezza parola contro gli alleati. Se il governo Draghi va bene, ne beneficeranno più quelli che sono stati dentro, se va male ne guadagneranno quelli rimasti fuori. Ma ovviamente rimarranno insieme;

5) la sinistra allestirà una coalizione last minute. I membri della coalizione si vergogneranno tutto il tempo di essere gli uni alleati con gli altri: passeranno tutta la campagna elettorale a fare distinguo per dimostrare di essere meglio dei propri compari di alleanza, e quindi a parlare male di se stessi e della coalizione. La destra quindi potrà dire che la coalizione della sinistra è fatta solo per andare contro la destra, e prenderanno se possibile ancora più voti.

Ovviamente questo scenario sottovaluta alcuni possibili sviluppi. Ad esempio, la litigiosità interna del centro-destra potrebbe esplodere – sulla questione della leadership, probabilmente. Oppure magari i tecnici sono così bravi che gli Italiani li ameranno e chiederanno in ginocchio di fare un nuovo partito – di solito non ha funzionato, ma mai dire mai. Oppure forse la nostalgia per Conte prenderà il sopravvento, e l’Avvocato del popolo tornerà a Palazzo Chigi sorretto da ali distanziate di folla. Tutto può essere. Sembra tuttavia che, allo stato attuale, gli investimenti politici più oculati li abbia fatti di nuovo la destra.  

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