Scuola

Lettera ad uno sconosciuto

«Il 29 gennaio scorso, nella nostra città, è accaduto un fatto grave che ha giustamente provocato l’immediata reazione della comunità educante e in particolare dell’Istituto comprensivo Foligno 2 che lo ha subito.»

#SCUOLA
Di Sabina Antonelli
In foto: le installazioni poi danneggiate [di Sabina Antonelli]


Il 29 gennaio scorso, nella nostra città, è accaduto un fatto grave che ha giustamente provocato l’immediata reazione della comunità educante e in particolare dell’Istituto comprensivo Foligno 2 che lo ha subito.

Nel comunicato inviato ai giornali il primo febbraio, si denuncia l’atto vandalico che ha distrutto e portato via il lavoro dei bambini e delle bambine della primaria di Via Piermarini, indirizzo Montessori, sulla Schoah. Lavoro esposto nel portico adiacente alla scuola come tante altre installazioni artistiche realizzate dalla scuola dell’infanzia in occasione della Giornata mondiale della Gentilezza, quella dei diritti dell’infanzia e dell’Adolescenza, quella degli Abbracci ecc… che invece non sono state minimamente toccati.

Nel comunicato si legge: 

“I bambini e le bambine del plesso di via Piermarini scuola primaria ad indirizzo Montessori, nella ricorrenza della Giornata della Memoria, 27 gennaio, avevano realizzato una artistica installazione per ricordare il terribile evento che ha segnato la storia di ogni essere umano.  A quanto pare questa scelta ha dato fastidio a qualcuno…..”

Non si parla di gruppi di ragazzini né di gruppi organizzati, si denuncia solamente il fatto gravissimo che “qualcuno”, dunque una persona, abbia fatto questo orribile gesto. Consapevolmente? Inconsapevolmente? Non lo sappiamo. Dunque ho deciso di raccontare come io abbia vissuto e stia vivendo personalmente questa vicenda.

Sono 24 anni che lavoro nel plesso della scuola Piermarini. Era il mese di settembre del 1997, l’anno del terremoto e la scuola, che accoglieva un’utenza di un alto livello sociale, da subito si è trasformata nella scuola degli “stranieri”. Così infatti è stata definita per anni da chi non poteva capire la meraviglia che accadeva all’interno dei nostri spazi fisici, mentali ed emozionali. È nata una comunità, nonostante le difficoltà che sarebbe sciocco negare. È nata una scuola aperta, inclusiva, solidale, basata su principi e valori che io reputo fondamentali. Una scuola che ogni giorno si interroga, ragiona, si confronta per costruire percorsi significativi e formativi adeguati alla bellezza dei bambini e delle bambine che la frequentano, alla profondità dei loro sentimenti, pensieri, sogni, speranze e alla ricchezza delle loro intelligenze, menti e capacità. 

Qualche anno fa questa scuola ha allargato ancora di più le sue braccia e ha proposto l’apertura di una sezione di scuola dell’infanzia Montessori statale e dunque gratuita, che ha avuto poi seguito nella scuola primaria con il completamento delle 5 classi.

Proprio la Montessori è stata oggetto di questo atto, ma l’intera comunità educante si è sentita coinvolta e solidale.

Racconto dunque questa vicenda, a modo mio, rivolgendomi direttamente a colui che ha distrutto tutto il materiale realizzato sulla Shoah nella Giornata della Memoria. 

In realtà non sappiamo e non sapremo mai chi è stato, non sappiamo se abbia agito per conto di un gruppo o da solo. Non sappiamo se la decisione l’abbia presa come singola persona o sia stata frutto di una discussione con altri e di un preciso piano, certamente deprecabile e assolutamente condannabile. Non lo sappiamo.

Ma io voglio rivolgermi proprio a lui, direttamente, con una lettera, una lettera ad uno sconosciuto.

“Sono la maestra Sabina, della scuola dell’infanzia di Via Piermarini, I.C. Foligno2 e sono io che ho avuto l’incarico di raccontare il tuo gesto alla mia preside, la Dott.ssa Morena Castellani. Sinceramente quando sono arrivata a scuola venerdì mattina, non vedendo più le installazioni artistiche dei bambini e delle bambine della primaria Montessori, ho pensato: “Ma perché le maestre le hanno tolte così presto!! Erano così belle!”

Mai e poi mai, infatti, avrei potuto immaginare che qualcuno potesse toccarle, strapparle, toglierle.

Sai, quando immagino, e per fortuna succede ancora molto molto spesso, io immagino solo cose belle: un mondo più giusto dove i diritti son di tutti, le guerre cancellate per sempre, i muri sgretolati per far spazio agli abbracci, mamma terra rispettata da tutti, l’infanzia al centro di ogni azione e di ogni pensiero adulto e istituzionale, la poesia e la bellezza a illuminare la vita di ogni essere umano.

Insomma io so volare, ho due ali nascoste che mi sorreggono. Anzi ne ho decine e decine: hanno un nome, tanti nomi. Sono i bambini e le bambine che incontro ogni giorno da più di trent’anni. Sono loro a darmi questa forza meravigliosa che mi permette ancora di credere negli altri, in me stessa e nel mondo. Sono il dono di cui sono infinitamente grata

Te ed io non ci conosciamo, almeno lo spero, e, credimi, lo spero veramente tanto, ma so per certo che non sei un Maestro e nemmeno un Insegnante, quelli con l’inziale maiuscola: avresti rispettato i lavori dei bambini. 

Sei solo qualcuno che un mattino di inverno, ha deciso di strappare la voce di chi aveva accolto nel proprio cuore un pezzo della nostra storia e si era fatto abitare da milioni di vite, di sogni, di paure, di disperazioni, ma anche di coraggio, speranze, fiducia, perdono. 

Perché questo fa la scuola, sai? Sembra quasi una magia e forse lo è veramente. Andando a scuola, ascoltando il racconto della vita di altri da noi, studiando la storia, la geografia, la matematica e le scienze, imparando a comunicare, a confrontarsi, a sostenere le proprie opinioni nel rispetto dei diritti di tutti, scoprendo pian piano al realtà, il tuo sguardo si illumina, il tuo orizzonte diventa più ampio, la tua vita acquista senso e significato. 

Ma torniamo a te. 

Il tuo gesto è stato terribile, orribile, sconcertante. Hai agito nel momento esatto in cui i bambini e le bambine si preparano per venire a scuola, per raggiungere questo luogo fisico, affettivo, relazionale, sociale, culturale dove è possibile occuparsi della propria anima, crescere nel rispetto di se stessi e di tutto, ragionare, acquisire competenze, imparare ad imparare.

Un gesto condannabile sotto ogni aspetto ed io appena ho saputo di te sono rimasta attonita, ferita, incapace anche di pensare. Poi ho provato rabbia, indignazione, risentimento nei tuoi confronti. Abbiamo deciso di raccontare ai giornali e sui social questo tuo attacco all’istituzione scuola, all’intera città. Ci è sembrato giusto farlo. Insieme ai genitori, a tutto il personale dell’I.C. Foligno2 e soprattutto insieme a tutti i bambini, le bambini, i ragazzi e le ragazze che la frequentano.

Non deve e non può accadere che qualcuno si arroghi il diritto di “attaccare” una scuola e i suoi fondamentali doveri istituzionali. Sostenere la formazione di individui aperti, solidali, liberi ma vigili, sempre e comunque, perché gli errori e gli orrori non si ripetano più è, per noi comunità educante, un dovere istituzionale. 

Sei dunque colpevole di un atto terribile, ma non posso fare a meno di chiedermi…perché?

Cosa ti è accaduto nella vita per arrivare a fare un gesto così? Quando ti abbiamo perduto? Quando ti abbiamo lasciato solo? Quali gesti, quale sentire, quale occasioni non ti abbiamo dato?

Non so se tu abbia mai avuto modo di vedere il film Hook – Capitan Uncino, con Robin Williams e Dustin Hoffman. C’è una scena quasi alla fine del film, in cui Peter Pan può uccidere il suo acerrimo nemico Hook ma viene fermato, guarda caso, da sua figlia, una bambina di cinque, sei anni. A dimostrazione che dovremmo sempre imparare da loro. 

Lei dice queste parole: “Lascialo stare papà, è solo un povero vecchietto che non ha la mamma”.

Ecco, pensando a te mi è venuta in mente questa scena, più e più volte. 

Non perché tu non abbia avuto una mamma. Ma perché noi, come comunità, non siamo stati in grado di farti da “madre”. Perché essere madre vuol dire certamente mettere al mondo un bambino, ma anche accoglierlo con amore infinito pur non avendolo portato nel grembo. Vuol dire occuparsi dei propri figli, ma non solo di loro, perché come adulti siamo responsabili di ogni minore: che abiti il nostro cuore e la nostra casa, che ci sia vicino ma anche che non incontreremo mai. Essere “madre” e dunque comunità, vuol dire far crescere bambini e ragazzi liberi e consapevoli, sostenerli senza sostituirsi a loro ma anche evitando di lasciarli soli. Vuol dire avere la capacità di contrastarli se necessario, con fermezza e determinazione, per evitare che le loro solitudini prendano vie oscure e pericolose e farsi da parte quando occorre, ma condividere dolori, paure, gioie, speranze. Vuol dire camminare insieme nelle vie che portano al Bene. 

È difficilissimo essere madri, è difficile essere comunità. Nessuno può negarlo. Però è un compito a cui non possiamo sottrarci. 

Così condanno a gran voce il tuo gravissimo gesto ma continuo e continuerò a farmi domande. 

Ciao sconosciuto, ti auguro di aprire gli occhi e capire. Te lo auguro di cuore. Sabina”

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