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InSanità Umbra: qualcuno dovrà spiegare

Considerazioni in margine alla manifestazione sindacale del 26 febbraio di Vincenzo Falasca

#SALUTE #SANITA’
Di: Vincenzo Falasca
In foto: la manifestazione sindacale davanti al San Giovanni Battista


Considerazioni in margine alla manifestazione sindacale del 26 febbraio

Venerdì 26 febbraio eravamo fuori dall’Ospedale, ancora una volta al fianco dei lavoratori della sanità, e ciò che più ci ha colpito è stato sentire, dopo mesi e mesi, le stesse richieste, le stesse denunce e la stessa disperazione. Sì, anche disperazione. Perché non puoi stare da un anno in trincea, lavorando fianco a fianco con la morte, la sofferenza, la paura e sentirti solo.

Questa è la cosa più odiosa di tutta questa vicenda: percepire la solidarietà dei cittadini, dei pazienti e dei loro parenti e, contemporaneamente, non sentirti tutelato e supportato da chi è alla guida della complessa macchina sanitaria. Sia chiaro: la pandemia ha colpito in maniera inaspettata e con una tale ferocia che nessuno avrebbe potuto affrontarla senza tentennamenti ed errori. Nessuno ha la bacchetta magica o certezze da offrire agli altri. Ma non è possibile che ancora oggi ci si senta dire che c’è una emergenza relativa al personale. Non è possibile sentire che le nostre terapie intensive sono di nuovo sotto pressione perché non ne sono state create di nuove. O che l’ospedale da campo viene trasformato in pronto soccorso solo perché almeno non si corre il rischio che giornalisti ed osservatori lo scoprano vuoto.

E tutto ciò nonostante siano piovute risorse immediatamente spendibili che nemmeno avremmo potuto immaginare. Nonostante lo stato di emergenza consenta di accelerare o addirittura azzerare procedure di affidamento gare o di selezione. Ma allora perché? 

Perché i sindacati sono costretti a minacciare azioni legali a tutela dei lavoratori del comparto contro quelle direzioni sanitarie che dovrebbero tutelarli per primi ? Perché ancora oggi si corre il rischio che saltino le procedure di sicurezza nei reparti? Perché l’ospedale di Foligno, che doveva rimanere non-covid grazie all’impego esclusivo a tale scopo di quello di Spoleto, è in realtà un presidio covid a tutti gli effetti?

Come è possibile scoprire che ci sono 20 pazienti con femore fratturato in attesa di intervento che non possono essere operati perché mancano gli anestesisti? Come si può accettare che ci siano malati oncologici o con altre patologie che andrebbero trattate con urgenza per essere efficaci che invece sono in un limbo opprimente ed angosciante? E tutto ciò sapendo che una diversa organizzazione riuscirebbe a liberare risorse umane e strutturali pienamente disponibili?

E poi: è notizia di queste ore che vengono buttate via dosi di vaccino perché le persone che avrebbero dovuto sottoporsi al trattamento, spaventate da una scorretta campagna di informazione da parte di una stampa che cerca il clamore e di istituzioni che non sanno dare certezze autorevoli, non si presentano all’appuntamento. E’ tanto difficile prevedere una lista di riserva come avviene in altre regioni?

Ed il tracciamento? Da noi non c’è mai stato ed è questa la causa principale di un andamento schizofrenico e sproporzionato dei contagi. Vi siete domandati perché noi siamo stati nelle scorse settimane i peggiori tra i peggiori? Certo qui a Foligno avrà giocato un ruolo una socialità più dinamica rispetto ad altre zone. Ha pesato sicuramente il periodo delle cene a base di cinghiale e la macellazione del maiale, con promiscuità diffuse ed irresponsabili, seppur genuine e spesso in buona fede. Hanno pesato anche alcuni focolai in ambienti scolastici ed ecclesiastici. Ma tutto ciò non avrebbe avuto le stesse conseguenze se la filiera rischio-isolamento-verifica-quarantena fosse stata tempestiva ed efficiente.

E invece ognuno di noi può testimoniare direttamente o con prossimità immediata, di persone che hanno incontrato voragini in questo che doveva essere un percorso senza ostacoli o deviazioni. Persone che non sono mai state informate di essere state a contatto diretto con un positivo. Persone che per giorni hanno atteso che un loro congiunto venisse sottoposto a tampone perché potenzialmente positivo (i famosi contatti di un contatto) sono andati a scuola o nel proprio posto di lavoro rischiando di contagiare a loro volta altre persone. O chi dopo settimane, stanco di attendere i controlli di verifica che certificassero la sua guarigione ha interrotto illegittimamente la propria quarantena, senza giustificazioni sicuramente, se non quelle dell’esasperazione.

A tutto ciò andava data una risposta precisa che si chiama organizzazione e personale.

Non è tollerabile che questioni burocratiche possano essere accampate, soprattutto nella nostra USL n.2, per non trovare nuovi medici ed infermieri. Non è possibile che la già lenta compagine umbra abbia addirittura una parte del territorio che stenta proprio a camminare. Sembra che Terni, sede decisionale di ogni procedimento, sia in un altro pianeta e non a poche decine di chilometri.

E’ possibile che disegni accentratori possano scaricarsi così sulla pelle delle cittadine e dei cittadini?

Più volte è stato manifestato il dubbio che in realtà non si voglia investire nella sanità pubblica per poter avere le mani libere di attuare il disegno di privatizzazione che pubblicamente e orgogliosamente era stato manifestato in campagna elettore dal centro destra. Ma così è veramente troppo anche per questa ipotesi scellerata.

E allora che si abbia la determinazione di fare ciò che fino ad oggi non si è fatto: Sburocratizzare l’azienda sanitaria ternana – Completare l’integrazione tra i presidi di Foligno e Spoleto – Digitalizzare tutti i percorsi di anamnesi e cura dei singoli utenti – Attivare le case della salute come presidio territoriale di diagnosi e prevenzione ripensando il rapporto tra medicina di base e sistema pubblico- Rendere immediato il sistema di tracciamento.

E soprattutto si creino percorsi di immissione immediata di nuovo personale, stabili e attrattivi rispetto ad una concorrenza spietata e molto più gratificante. Percorsi nel solco di una pianificazione di medio e lungo periodo dei nostri fabbisogni e dei nostri servizi, fatti di professionalità e merito, umanità e senso di appartenenza ad un bene comune.

Sembra così facile perché lo è. Basta volerlo tutti insieme. E se qualcuno continuerà a non volerlo sapremo, purtroppo sulla nostra pelle, di chi sarà stata la colpa.

In foto: la manifestazione sindacale del 26 Febbraio

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