Vivere a Londra prima della Brexit

#CHIVAECHIVIENE
Di Giacomo Bevanati


Nel settembre del 2015, dopo aver ricevuto da un amico la proposta di lavorare in una caffetteria, ho deciso di trasferirmi a Londra. Il mio livello di inglese era del tutto basico e non avevo mai fatto un caffè dietro un bancone in vita mia. Ciononostante, armato di pazienza, tenacia e superando un po’ di crisi esistenziali, ho iniziato la mia avventura.

Ho sempre avuto la passione per le arti, ma per paura di non avere un salario sicuro, avevo deciso di indirizzarmi verso l’architettura: sapevo che quella dell’artista in Italia è una figura professionale messa da parte, un po’ come se ci fossimo dimenticati delle grandi eredità di Brunelleschi o di Caravaggio, sminuendo così le nostre radici artistiche, come fossero secche, non importanti. Ma il nostro Paese è anche arte, perché perdere questo grande valore?

Dopo l’università in Italia, l’inserimento da architetto nell’ambito lavorativo è stato deludente. Il gusto estetico e la progettazione architettonica, tanto elogiati durante il percorso universitario, si sono rivelati del tutto soffocati da una burocrazia lenta e stagnante. Il salario era frustrante ed il mio estro creativo per niente preso in considerazione. Da qui è nato il rifiuto verso il ruolo dell’architetto e la voglia di mettermi in gioco e seguire la mia passione per l’arte. E vivere fuori dall’Italia mi ha aiutato ad abbracciare le mie insicurezze e trasformarle in determinazione, focalizzandomi così sul mio obiettivo.

Oggi lavoro nelle fine arts e come fashion designer ed il mio talento artistico sembra essere del tutto apprezzato, cosa di cui sono enormemente fiero! Sì, perché all’estero chi fa arte non solo è rispettato, ma anche ben pagato! E alla domanda “che lavoro fai?” un senso di felicità e soddisfazione mi porta a dire con un tono liberatorio “sono un artista”, sapendo di essere molto distante dal pensiero comune italiano che dice “sei un artista, cioè non hai voglia di lavorare”.

Vivere in una città cosmopolita come Londra non è semplice, e non perché si mangia male e piove sempre (è una balla!) quanto perché in ogni ambito professionale ed artistico c’è molta competizione. In questa città la meritocrazia conta veramente e questo ti porta a dare sempre il massimo, anche se a volte è stressante reggerne i ritmi. Durante le fiere d’arte ho avuto il piacere di conoscere molte persone provenienti da tutto il mondo, emigrati come me da una crisi economica e culturale o per i meno fortunati da guerre e dittature, tutti con una storia da raccontare e condividere. È sorprendente vedere come diverse culture vivano in piena armonia tra di loro. Credo che Londra sia una città davvero affascinante anche per questo: non si smette mai di crescere.

No Deal? Si Brexit? No Brexit? Sta di fatto che con un No Deal, ovvero un taglio drastico con l’Europa, Londra sarà semideserta. L’aria che si respira ora è che l’Inghilterra stia perdendo sempre più di credibilità: tra rinvii, negoziazioni mal riuscite e manifestazioni per un nuovo referendum, è chiaro che la situazione si stia complicando più del previsto e che l’attuazione del piano richiederà quantomeno tempi più lunghi. Quindi, mamme italiane, per ora niente da fare, non è ancora il momento per i vostri figli di tornare a casa! Per quanto riguarda me, non credo che ritornerò a Foligno, anche se provo una profonda mancanza della mia famiglia e dei miei amici.

Vivere all’estero è un’esperienza che consiglio a tutti. Ti aiuta ad ampliare le vedute e a riconoscerne i limiti, ti insegna a capire che errare è umano e che lamentarsi di tutto è spesso un campanello d’allarme di insicurezze e paure personali: a volte basta farsi coraggio ed incamminarsi per il proprio percorso assumendosene la responsabilità. Insomma, le occasioni a volte bisogna anche cercarsele. E poi si sa: chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quel che lascia e non sa quel che trova… ma almeno prova!

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