Il teatro vivrà, i teatranti chissà

#LAVORO #CULTURA
Di Michelangelo Bellani


Nel numero di marzo (https://sedicigiugnofoligno.it/2020/03/15/e-uscito-il-numero-di-marzo-scaricalo-gratis-qui/) Stefano Romagnoli ha lanciato un allarme sulle pesantissime conseguenze che l’epidemia CV19 sta avendo sul vasto settore dei lavoratori dello spettacolo. Un tema che l’emergenza sanitaria rischia di oscurare, e che invece riguarda la vita di centinaia di migliaia di persone: quasi 200mila secondo l’Istat, senza calcolare le purtroppo numerose prestazioni in nero (vedi: Indagine conoscitiva in materia di lavoro e previdenza nel settore dello Spettacolo, Camera dei Deputati, 2019, https://www.istat.it/it/files//2019/04/Istat-Audizione-lavoro-spettacolo.pdf). Torna sul tema l’intervento di Michelangelo Bellani, autore, attore e regista ben noto alla città e ai nostri lettori.

Il periodo che stiamo vivendo ci pone dinnanzi l’esatta misura dell’emergenza, quella sanitaria in primo luogo, per la tutela della salute pubblica, e quella sociale e culturale non di minor conto.  Da un lato l’emergenza di stabilire delle priorità, dall’altro le conseguenze drammatiche degli errori grossolani commessi e di tutto quanto sentiamo di non aver difeso abbastanza.

Come al solito non è facile metterci d’accordo su soluzioni e interpretazioni, ma vediamo molto chiaramente la dimensione di problemi che prima non riuscivamo a focalizzare con la giusta attenzione. Come sempre, nelle crisi, sono le realtà più deboli a subire maggiormente. Il teatro da questo punto di vista è stato il primo a mostrare l’assoluta fragilità e precarietà in cui versava. La chiusura totale dei teatri e la sospensione di tutte le attività connesse, ha completamente azzerato un settore già in lotta per la sopravvivenza. Non possiamo dunque non sottolineare quanto la speciale difficoltà delle istituzioni di tradurre la buona volontà, in misure puntuali e adeguate per il settore, derivi anche da molteplici lacune e cattive abitudini perpetrate.

In primo luogo non c’è una legislazione appropriata. Basti pensare che ancora oggi non esiste, in un paese come l’Italia, uno status giuridico di artista, né una ragione sociale specifica per gli enti di produzione e per le compagnie teatrali professionali, da sempre confuse nel calderone delle associazioni culturali, delle fondazioni, delle cooperative. In secondo luogo la riflessione non può che porre, ancora una volta, l’attenzione sulle modalità di distribuzione dei contributi pubblici del teatro e sulla legge che regola l’accesso al F.U.S (Fondo unico per lo spettacolo) e ai famigerati indici imposti da una normativa che ha generato non poche aberrazioni.

Allo stato dell’arte, fatto eccezione per il contributo una tantum riconosciuto a chi ha dichiarato nel 2019 almeno 30 giornate contributive, gli strumenti in campo sono quelli relativi al lavoro ordinario, ma che ovviamente ha prerogative totalmente incongruenti per i lavoratori dello spettacolo. Questo significa che ad avere più sostegno saranno gli impiegati, i direttori degli enti più grandi, perlopiù con contratti a tempo indeterminato o pluriennali, già al riparo di una retribuzione stabile, ma non le compagnie, gli artisti, i tecnici che quotidianamente creano il teatro vivendo nella precarietà salariale più assoluta.

Per artisti e compagnie indipendenti, la relazione e l’accesso al teatro finanziato pubblicamente era già pressoché interdetto. La legge attualmente in vigore, conformata a modelli che nulla hanno a che fare con la realtà italiana, ha comportato un quasi totale azzeramento della possibilità di circuitazione degli spettacoli in un mercato chiuso e quasi totalmente contingentato. Un desolante panorama in cui l’affanno per far tornare gli algoritmi da parte di chi gestisce il finanziamento pubblico, ha quasi del tutto fatto scadere e dimenticare le priorità dell’arte dal vivo: la poesia, la bellezza, l’incontro delle persone e delle idee. L’incontro fisico, il battere delle mani o i fischi che fanno del luogo teatrale un respiro di umanità condivisa. Forse riscopriamo soltanto adesso cosa ci manca di quel luogo e quali siano i suoi veri indici.

In questo momento le poche repliche e le ore di insegnamento conquistate a fatica attraverso relazioni costate mesi di lavoro, sono pressoché svanite, senza alcuna certezza che potranno essere riprese. Siamo abituati a vivere alla giornata; a sentirci dire che solo chi è ricco di famiglia può fare teatro; che è il prezzo da pagare per fare di una passione il proprio mestiere (e forse non di rado questo è stato anche il nostro orgoglio segreto) ma in questo momento ci troviamo di fronte un bivio epocale. 

Spesso ci siamo auto-interrogati sul senso di fare il nostro teatro, abbiamo scritto testi dove piagnucolavamo il nostro malessere di non sentirci utili alla società. Di non fare niente di quello che fa un medico, un infermiere, un operaio: postumi e a posteriori della storia. Gli artisti dovranno prendersi la responsabilità di ripensare il teatro post cv19, ma tutta questa nostra società rallentata deve aiutarci a far vivere il sentimento collettivo che dall’alba dell’uomo ci  spinge a riunirci e raccontarci delle storie.

Il teatro non è essenziale, forse è così. Ma certo non lo è meno di qualunque ristorante, bar, fabbrica di peluche, o garanzia di ricevere un pacco in 24 ore. Siamo sconcertati, impauriti e non abbiamo più nessuna certezza, è vero; ma non possiamo dubitare che il teatro vivrà, fino quando due esseri umani liberi si troveranno uno di fronte all’altro. Vivrà.

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